Indice degli scritti di Stalin

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Indice
Stalin - Rapporto alla settima sessione plenaria allargata del Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista
Presentazione


Stalin - Ancora sulla deviazione socialdemocratica nel nostro partito

I - Osservazioni preliminari

1. Contraddizioni nello sviluppo interno del partito
2. Le origini delle contraddizioni all’interno del partito


II - Tratti caratteristici dell’opposizione nel PC(b) dell’URSS


III - Le divergenze nel PC(b) dell’URSS

1. Questioni della costruzione socialista
2. I fattori della “tregua”
3. Unità e indivisibilità dei compiti “nazionali” e internazionali della rivoluzione
4. Per la storia della questione della costruzione del socialismo
5. Particolare importanza della questione della costruzione del socialismo nell’URSS nel momento attuale
6. Le prospettive della rivoluzione
7. Come si pone la questione nella realtà
8. Le probabilità di vittoria
9. Divergenze pratico-politiche


IV - L’opposizione al lavoro


V - Perciò i nemici della dittatura del proletariato lodano l’opposizione?


VI - La sconfitta del blocco d’opposizione


VII - Il significato e l’importanza pratica della XV Conferenza del PC(b) dell’URSS


Discorso di chiusura


I - Osservazioni varie

1. Ci occorrono fatti, non calunnie e pettegolezzi
2. Perché i nemici della dittatura del proletariato elogiano l’opposizione
3. Vi sono errori ed errori
4. La dittatura del proletariato secondo Zinoviev
5. Le sentenze oracolari di Trotzki
6. Zinoviev nella parte di scolaro che cita Marx, Engels e Lenin
7. Il revisionismo secondo Zinoviev

II - La questione della vittoria del socialismo in singoli paesi capitalisti

1. I presupposti delle rivoluzioni proletarie in singoli paesi nel periodo dell’imperialismo
2. Come Zinoviev “rielabora” Lenin


III - Il problema della costruzione del socialismo nell’URSS

1. Le “manovre” dell’opposizione e il “nazionalriformismo” del partito di Lenin
2. Stiamo costruendo la base economica del socialismo nell’URSS e possiamo portarne a termine la costruzione
3. Stiamo costruendo il socialismo in alleanza col proletariato mondiale
4. La questione della degenerazione


IV - L’opposizione e la questione dell’unità del partito


V - Conclusione



Stalin - Rapporto alla settima sessione plenaria allargata del Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista

da Opere complete, Edizioni Rinascita vol. 9 (1955)

 

Tra un congresso e l’altro dell’Internazionale Comunista il Comitato Esecutivo teneva sessioni plenarie a volta anche allargate che riunivano a Mosca alcune centinaia di dirigenti dei partiti comunisti, sezioni nazionali dell’IC, provenienti da vari paesi. Tra il V Congresso (1924, il primo che si tenne dopo la morte di Lenin che benché già ammalato aveva partecipato al IV tenuto nel 1922) e il VI Congresso (1928), vi furono ben cinque sessioni plenarie del CE, dalla V alla IX.

La VII sessione plenaria allargata del CE dell’IC si tenne a Mosca dal 22 novembre al 16 dicembre 1926. Vi vennero discussi i seguenti rapporti: la situazione internazionale e i compiti dell’Internazionale Comunista; le questioni cinese e inglese; la cartellizzazione e la razionalizzazione dell’economia capitalista e i compiti dei comunisti nei sindacati; le questioni interne di partito nel PC(b) dell’URSS; le questioni tedesca e olandese. La sessione esaminò anche l’affare Maslov-Ruth Fischer, l’affare Brandler e Thalheimer, l’affare Souvarine. In seno ad essa vennero costituite le seguenti commissioni: politica, cinese, inglese, tedesca e altre. Stalin venne chiamato a far parte di tre commissioni: politica, cinese e tedesca. Dopo aver discusso il rapporto di Stalin Le questioni interne di partito nel PC(b) dell’URSS, la sessione plenaria bollò il blocco di opposizione trotzkista-zinovievista in seno al PC(b) dell’URSS come un blocco di scissionisti, scivolati nella loro piattaforma su posizioni mensceviche. La sessione impegnò le sezioni dell’Internazionale Comunista a lottare risolutamente contro qualsiasi tentativo - dell’opposizione in seno al PC(b) dell’URSS e dei suoi fautori in seno agli altri partiti comunisti - di rompere l’unità ideologica e organizzativa delle file dell’Internazionale Comunista e del partito di Lenin, dirigente del primo Stato proletario del mondo.

La sessione approvò la risoluzione della XV Conferenza del PC(b) dell’URSS Sul blocco di opposizione in seno al PC(b) dell’URSS e decise di aggiungerla, come decisione propria, alle altre decisioni della sessione plenaria. Il rapporto di Stalin Le questioni interne di partito nel PC(b) dell’URSS e il discorso di chiusura della relativa discussione furono pubblicati nel dicembre 1926 come opuscolo a sé intitolato Ancora sulla deviazione socialdemocratica nel nostro partito. Esso costituisce una brillante dimostrazione di come, nel Partito di Lenin e di Stalin, le questioni di principio venivano discusse in modo aperto e approfondito: questa era la premessa per un’attività compatta, disciplinata ed efficace del partito nella lotta di classe.

 

Stalin - Ancora sulla deviazione socialdemocratica nel nostro partito

 

I

Osservazioni preliminari

Compagni, permettetemi di fare alcune osservazioni preliminari prima di passare alla sostanza della questione.

 

1. Contraddizioni nello sviluppo interno del partito

La prima è sulla lotta all’interno del nostro partito, lotta che non è cominciata ieri e che non è mai cessata.

Se prendiamo la storia del nostro partito dal 1903, dal momento in cui esso è sorto sotto forma di gruppo bolscevico, e ne seguiamo le fasi successive fino ai nostri giorni, si può dire senza paura di esagerare che la storia del nostro partito è la storia della lotta su contraddizioni all’interno di questo partito, la storia del superamento di queste contraddizioni e del graduale consolidamento del nostro partito attraverso questo superamento. Si potrebbe pensare che i russi sono degli  attaccabrighe, che amano le discussioni e creano essi stessi le divergenze, e che per questa ragione lo sviluppo del loro partito procede attraverso il superamento di contraddizioni all’interno del partito stesso. Questo non è vero, compagni. Non si tratta qui di smania di attaccar briga. Si tratta di divergenze di principio che sorgono nel corso dello sviluppo del partito, nel corso della lotta di classe del proletariato. Si tratta del fatto che le contraddizioni possono essere superate soltanto attraverso la lotta per questi o quei principi, per questi o quegli obiettivi, per questi o quei metodi di lotta atti a raggiungere l’obiettivo. Si può e si deve accettare ogni genere di accordo con coloro che, all’interno del partito, la pensano in modo diverso su questioni di politica corrente, su questioni di carattere puramente pratico. Se però queste questioni sono connesse a divergenze di principio, nessun accordo e nessuna linea “intermedia” possono mettere a posto le cose. Non vi è e non vi può essere una linea “intermedia” nei problemi che hanno un carattere di principio. O gli uni o gli altri principi debbono essere posti alla base del lavoro del partito. La linea “intermedia” nelle questioni di principio è la “linea” che porta alla confusione delle idee e all’attenuazione delle divergenze, la “linea” che porta alla degenerazione ideologica del partito, alla morte ideologica del partito.

Come vivono e si sviluppano attualmente i partiti socialdemocratici dell’Occidente? Esistono delle contraddizioni, delle divergenze di principio all’interno di questi partiti? Naturalmente ne esistono. E questi partiti mettono essi in luce le contraddizioni e cercano di superarle onestamente e apertamente, davanti alle masse dei loro iscritti? No. Naturalmente no! La prassi seguita dalla socialdemocrazia consiste nell’accantonare, nel celare queste contraddizioni e divergenze. La prassi della socialdemocrazia consiste nel trasformare le sue conferenze e i suoi congressi in inutili e pompose rappresentazioni teatrali affinché sembri che le cose vanno nel migliore dei modi, affinché i dissensi interni siano celati e mascherati. Ma ciò serve soltanto a confondere le idee e a impoverire il partito dal punto di vista ideologico. Questa è una delle ragioni del declino della socialdemocrazia dell’Europa occidentale, un tempo rivoluzionaria e ora riformista.

Ma non è così, compagni, che noi possiamo vivere e svilupparci. La politica della linea di principio “intermedia” non è la nostra politica. La politica della linea di principio “intermedia” è la politica dei partiti che intisichiscono e degenerano. Una simile condotta può soltanto trasformare il partito in un apparato burocratico funzionante a vuoto, parassitario e staccato dalle masse operaie. Questa non è la nostra via.

Tutto il passato del nostro partito costituisce una conferma della tesi che la storia del nostro partito è la storia del superamento delle contraddizioni interne e del continuo rafforzamento dei ranghi del nostro partito sulla base di questo superamento.

Prendiamo il primo periodo, il periodo dell’Iskra [1900-1903], oppure il periodo del Il Congresso [1903] del nostro partito, quando si manifestarono per la prima volta all’interno del partito delle divergenze tra i bolscevichi e i menscevichi e quando il gruppo dirigente del nostro partito finì per scindersi in due parti: la parte bolscevica (Lenin) e la parte menscevica (Plekhanov, Axelrod, Martov, Zasulic, Potresov). Lenin allora rimase solo. Se sapeste quando si gridò e si pianse allora sugli “insostituibili” che avevano abbandonato Lenin! Tuttavia la prassi della lotta e la storia del partito hanno dimostrato che questo dissenso aveva una base di principio, era una fase che si doveva attraversare perché nascesse e si sviluppasse un partito veramente rivoluzionario, veramente marxista. La pratica della lotta dimostrò allora che quel che importa, in primo luogo non è la quantità, ma la qualità e in secondo luogo non è l’unità formale, ma l’unità poggiante su una base di principio. La storia ha dimostrato che Lenin aveva ragione e che gli “insostituibili” avevano torto. La storia ha dimostrato che, se non fossero state affrontate e superate quelle contraddizioni tra Lenin e gli “insostituibili”, oggi non avremmo un partito veramente rivoluzionario.

Prendiamo il periodo successivo, la vigilia della rivoluzione del 1905, quando i bolscevichi e i menscevichi stavano gli uni di fronte agli altri, sempre ancora in un unico partito, come due campi opposti con due piattaforme completamente diverse, quando i bolscevichi erano sul punto di scindere formalmente il partito e quando, per difendere la linea della  nostra rivoluzione, furono costretti a convocare un loro congresso particolare (il terzo). Perché la parte bolscevica del partito ebbe allora il sopravvento? Perché si conquistò le simpatie della maggioranza del partito? Perché essa non cercava di nascondere le divergenze di principio, e lottava per superarle isolando i menscevichi.

Potrei richiamarmi, quindi, alla terza fase di sviluppo del nostro partito, al periodo che seguì la sconfitta della rivoluzione del 1905, al periodo del 1907, allorquando una parte dei bolscevichi, i cosiddetti “otzovisti”, con alla testa Bogdanov si staccò dal bolscevismo. Questo fu un periodo critico nella vita del nostro partito. Fu il periodo in cui parecchi bolscevichi della vecchia guardia abbandonarono Lenin e il suo partito. I menscevichi gridarono allora che per i bolscevichi era la fine. Ma non fu la fine del bolscevismo e, nel corso di circa un anno e mezzo, l’esperienza della lotta dimostrò che Lenin e il suo partito avevano avuto ragione a condurre la lotta per superare le contraddizioni all’interno dei ranghi del bolscevismo. Queste contraddizioni furono superate non già cercando di nasconderle, ma portandole alla luce e lottando nell’interesse del nostro partito.

Potrei richiamarmi anche al quarto periodo della storia del nostro partito, al periodo 1911-1912, quando i bolscevichi ricostituirono il partito che era stato disgregato dalla reazione zarista e cacciarono via i liquidatori. Anche qui, come nei periodi precedenti, i bolscevichi procedettero alla ricostituzione e al rafforzamento del partito non già cercando di nascondere le divergenze di principio con i liquidatori, ma portandole alla luce e superandole.

Potrei poi indicare la quinta fase di sviluppo del nostro partito, il periodo precedente la Rivoluzione dell’Ottobre 1917, allorquando una parte dei bolscevichi, con alla testa alcuni noti capi del partito bolscevico, tentennavano e non volevano che si passasse all’insurrezione d’Ottobre, ritenendola un’avventura. Si sa che anche questo contrasto fu superato dai bolscevichi non già tentando di nascondere le divergenze, ma con la lotta aperta per la Rivoluzione d’Ottobre. La prassi della lotta ha dimostrato che se non si fossero superate queste divergenze avremmo potuto porre la Rivoluzione d’Ottobre in una situazione critica.

Potrei indicare, infine, i successivi periodi di sviluppo della lotta all’interno del nostro partito: il periodo della pace di Brest [1918], il periodo del 1921 (discussione sui sindacati) e gli altri periodi che voi conoscete e sui quali quindi non mi dilungherò. È noto che in tutti questi periodi, come nel passato, il nostro partito si sviluppò e si rafforzò superando contraddizioni interne.

Che cosa ne risulta?

Risulta che il PC(b) dell’URSS si è sviluppato e si è rafforzato attraverso il superamento delle contraddizioni interne del partito. Risulta che il superamento delle divergenze all’interno del partito mediante la lotta è la legge dello sviluppo del nostro partito.

Ci si potrebbe obiettare che questa è una legge valida per il PC(b) dell’URSS, ma non per gli altri partiti proletari. Non è vero. Questa legge è la legge di sviluppo di tutti i partiti che hanno una certa consistenza, si tratti del partito proletario dell’URSS o dei partiti proletari dell’Occidente. Se in un piccolo partito di un piccolo paese, in un modo o nell’altro le divergenze possono essere nascoste avvalendosi del prestigio di una o di parecchie persone, in un grande partito di un grande paese lo sviluppo attraverso il superamento delle contraddizioni costituisce un elemento inevitabile per l’incremento e il rafforzamento del partito. Così stavano le cose nel passato. Così stanno le cose oggi.

Vorrei qui richiamarmi all’autorità di Engels, che diresse per parecchi decenni, assieme a Marx, i partiti proletari dell’Occidente. Siamo nel decennio 1880-1890, quando in Germania vigeva la legge speciale contro i socialisti,(1) quando Marx e Engels si trovavano a Londra, nell’emigrazione, e l’organo estero illegale della socialdemocrazia tedesca, Il Socialdemocratico,(2) dirigeva di fatto l’attività dei socialdemocratici tedeschi. Bernstein era allora un marxista rivoluzionario (non aveva ancora fatto in tempo a passare nel campo dei riformisti), ed Engels manteneva con lui un’animata corrispondenza sulle questioni politiche più scottanti per la socialdemocrazia tedesca. Ecco che cosa egli  scriveva allora a Bernstein (20 ottobre 1882):

 

“Sembra che ogni partito operaio di un grande paese possa svilupparsi soltanto attraverso una lotta interna, in piena conformità con le leggi dello sviluppo dialettico in generale. Il partito tedesco è diventato quello che è attualmente nella lotta fra gli eisenachiani (3) e i lassalliani, dove persino le baruffe ebbero una funzione importante. L’unificazione divenne possibile soltanto quando la banda di mascalzoni, educata appositamente da Lassalle per servirgli da strumento, si fu logorata, ma anche allora i nostri acconsentirono troppo affrettatamente a questa unificazione. In Francia, coloro che pur avendo abbandonato la teoria bakuniniana continuano tuttavia ad adoperare mezzi bakuniniani di lotta e, nello stesso tempo, a sacrificare il carattere di classe del movimento ai propri scopi particolari, devono anch’essi logorarsi prima che l’unificazione diventi nuovamente possibile. Predicare l’unificazione in simili circostanze sarebbe pura follia. Le prediche morali non servono contro le malattie infantili, che sono inevitabili nelle circostanze attuali”. Poiché, dice Engels altrove (1885), “le contraddizioni non possono mai essere messe a tacere per molto tempo, ma vengono sempre risolte con la lotta”. (vedi archivio di K. Marx e F.Engels, libro I, pp. 324-325) (4)

 

Ecco anzitutto qual è il modo giusto di concepire l’esistenza di contraddizioni all’interno del nostro partito e lo sviluppo del nostro partito attraverso il superamento di queste contraddizioni mediante la lotta.

1. La legge speciale contro i socialisti, promulgata in Germania nel 1878 dal governo di Bismarck, vietava tutte le organizzazioni del partito socialdemocratico, le organizzazioni operaie di massa e la stampa operaia. In base a questa legge le pubblicazioni socialdemocratiche venivano confiscate e i socialdemocratici perseguitati. Il Partito socialdemocratico tedesco dovette passare all'illegalità. Sotto la pressione del movimento operaio di massa la legge venne abrogata nel 1890.

 

2. Der Sozialdemokrat: giornale illegale, organo Partito socialdemocratico tedesco. Si pubblicò dal settembre 1879 al settembre 1890, dapprima a Zurigo e poi, a cominciare dall'ottobre 1888, a Londra.

 

3. Gli Eisenachiani erano i seguaci di Marx che nel 1869 ad Eisenach, capeggiati da August Bebel e Wilhelm Liebknecht, avevano costituito il Partito Operaio Socialdemocratico di Germania. I Lassalliani erano i membri e seguaci dell’Associazione Generale dei Lavoratori di Germania fondata nel 1863 da Ferdinand Lassalle (1825-1864). Le due organizzazioni nel Congresso di Gotha (22-27 maggio 1875) si fusero e costituirono il Partito socialdemocratico tedesco. Marx aveva criticato a fondo il Programma di Gotha: i marxisti facevano gravi concessioni di principio ai lassalliani. La critica di Marx al momento fu ignorata. Fu pubblicata solo nel 1891 ed è nota come Critica del Programma di Gotha. In essa Marx indica un programma di transizione dal capitalismo al comunismo per la Germania di quel tempo. Da allora entrò nell’uso dei marxisti chiamare socialismo la fase di transizione al comunismo che inizia con la conquista del potere da parte del proletariato organizzato attorno al suo Partito, vale a dire con l’instaurazione della dittatura del proletariato.

 

4. Vedi K. Marx-F. Engels, Ausgewählte Briefe, Dietz Verlag, Berlin, 1953, p. 423.

 

 

2. Le origini delle contraddizioni all’interno del partito

Ma da dove vengono queste contraddizioni e divergenze, qual è la loro origine?

Penso che l’origine delle contraddizioni all’interno dei partiti. proletari va ricercata in due circostanze.

Quali sono queste circostanze?

In primo luogo, la pressione della borghesia e dell’ideologia borghese sul proletariato e sul suo partito nelle condizioni della lotta delle classi, pressione alla quale non di rado cedono gli strati più instabili del proletariato, e quindi anche gli strati più instabili del partito proletario. Non si deve credere che il proletariato sia completamente isolato dalla società, sia ai di fuori della società. Il proletariato è una parte della società, ai cui vari strati è legato da numerosi fili. Il partito è una parte del proletariato. Perciò anche il partito non può non avere legami con i vari strati della società borghese e non subire la loro influenza. La pressione della borghesia e della sua ideologia sul proletariato e sul suo partito si esprime nel fatto che idee, costumi, usanze, stati d’animo borghesi spesso penetrano nel proletariato e nel suo partito attraverso determinati strati del proletariato legati, in un modo o nell’altro, alla società borghese.

In secondo luogo, l’eterogeneità della classe operaia, l’esistenza di vari strati in seno alla classe operaia. Penso che il proletariato, come classe, può essere suddiviso in tre strati.

 Uno strato è costituito dalla massa fondamentale del proletariato, dal suo nucleo, dalla sua parte permanente, la massa dei proletari “purosangue” che già da tempo ha rotto i legami con la classe dei capitalisti. Questo strato del proletariato costituisce il sostegno più sicuro del marxismo.

Il secondo strato comprende coloro che di recente sono usciti da classi non proletarie: dai contadini, dai piccoli borghesi, dagli intellettuali. Questa gente, proveniente da altre classi ed entrata solo recentemente nelle file del proletariato, ha portato nella classe operaia i propri costumi, le proprie abitudini, le proprie esitazioni, i propri tentennamenti. Questo strato costituisce il terreno più favorevole per i vari raggruppamenti anarchici, semianarchici e “di ultrasinistra”.

Infine, il terzo strato è costituito dall’aristocrazia operaia, dal vertice della classe operaia, dalla parte più benestante del proletariato, che è portata ai compromessi con la borghesia, che è dominata dallo spirito di adattamento verso i potenti della terra, dalla aspirazione a “diventare qualcuno”. Questo strato costituisce il terreno più favorevole per i riformisti e gli opportunisti dichiarati.

Nonostante la differenza formale, questi ultimi due strati della classe operaia costituiscono il terreno più o meno comune che alimenta l’opportunismo in generale: l’opportunismo aperto, nella misura in cui prendono il sopravvento gli stati d’animo dell’aristocrazia operaia; l’opportunismo coperto da una fraseologia “di sinistra”, nella misura in cui hanno il sopravvento gli stati d’animo degli strati semipiccolo-borghesi della classe operaia, che non hanno ancora rotto definitivamente con l’ambiente piccolo-borghese. Il fatto che gli stati d’animo “di ultrasinistra” coincidano spessissimo con stati d’animo di aperto opportunismo non rappresenta nulla di strano. Lenin disse più di una volta che l’opposizione di “ultrasinistra” non è che l’altra faccia dell’opposizione di destra, menscevica, apertamente opportunista. Questo è assolutamente esatto. Se un “ultrasinistro” è per la rivoluzione soltanto perché aspetta la vittoria della rivoluzione il giorno dopo, è chiaro che costui deve cadere nella disperazione e nella delusione se la rivoluzione subisce un arresto, se la rivoluzione non vince proprio il giorno dopo.

Naturalmente ad ogni svolta nello sviluppo della lotta di classe, ad ogni inasprimento della lotta e ad ogni aumento delle difficoltà, le differenze di vedute, di costume e di stati d’animo dei vari strati del proletariato si manifestano immancabilmente sotto forma di determinate divergenze nel partito, e la pressione della borghesia e della sua ideologia inasprisce immancabilmente queste divergenze, dando loro sfogo sotto forma di lotte all’interno del partito proletario.

Queste sono le origini delle contraddizioni e delle divergenze in seno al partito.

Si possono evitare queste contraddizioni e divergenze? No, non si possono evitare. Credere di potere evitare queste contraddizioni significa ingannare se stessi. Engels aveva ragione quando affermava che è impossibile nascondere per molto tempo le contraddizioni all’interno del partito, che queste contraddizioni vanno risolte con la lotta.

Ciò non significa che il partito deve essere trasformato in un circolo di discussioni. Al contrario, il partito proletario è e deve rimanere l’organizzazione combattiva del proletariato. Voglio soltanto dire che non si può chiudere gli occhi e passare sopra alle divergenze all’interno del partito se queste divergenze hanno un carattere di principio. Voglio soltanto dire che unicamente mediante la lotta per una linea di principio marxista si potrà salvaguardare il partito proletario dalla pressione e dall’influenza della borghesia. Voglio soltanto dire che unicamente superando le contraddizioni all’interno del partito possiamo fare grande e forte il nostro partito.

 

II

Tratti caratteristici dell’opposizione nel PC(b) dell’URSS

Permettetemi ora di passare dalle osservazioni preliminari alla questione dell’opposizione nel PC(b) dell’URSS.

Anzitutto vorrei rilevare alcuni tratti caratteristici dell’opposizione all’interno del nostro partito. Intendo quei tratti esteriori che saltano agli occhi, senza toccare per ora la sostanza delle divergenze. Penso che essi potrebbero essere ridotti a tre tratti essenziali. In primo luogo, l’opposizione nel PC(b) dell’URSS è un’opposizione unificata, e non “semplicemente” un’opposizione qualsiasi. In secondo luogo, l’opposizione cerca di coprire il proprio opportunismo con una fraseologia “di sinistra”, facendo sfoggio di parole d’ordine “rivoluzionarie”. In terzo luogo, l’opposizione, dato il suo carattere strutturalmente amorfo, spesso lamenta di essere incompresa, lamenta che i suoi capi rappresentino, in sostanza, una frazione di “incompresi”. (Ilarità).

Cominciamo dal primo tratto caratteristico. Come si spiega il fatto che da noi l’opposizione agisce come un’opposizione unificata, come il blocco di tutte le tendenze giù condannate dal partito, e, per di più, non si presenta “semplicemente”, ma capeggiata dal trotzkismo?

Si spiega con le circostanze seguenti.

In primo luogo, tutte le correnti che si sono unificate nel blocco - trotzkisti, “nuova opposizione”, residui del “centralismo democratico”,(5) residui dell’“opposizione operaia” (6) - sono tutte correnti più o meno opportunistiche, che o hanno lottato contro il leninismo fin dall’inizio della sua esistenza, o hanno iniziato la lotta contro di esso in questi ultimi tempi. È superfluo rilevare che questo tratto comune doveva facilitare la loro unificazione in un blocco che ha lo scopo di lottare contro il partito.

 

5. Si allude al gruppo antipartito in seno al PCR(b) che si autodenominava del “centralismo democratico”. Questo gruppo, costituitosi nel periodo del comunismo di guerra, era diretto da Sapronov e Osinski. I “centralisti democratici” negavano la funzione dirigente del partito nei Soviet, erano contrari al principio della direzione unica e della responsabilità personale dei direttori nell'industria, e respingevano la linea leninista nei problemi organizzativi, chiedeva; o la libertà di organizzarsi in frazioni e in gruppi in seno al partito. Il IX e li X Congresso del partito condannarono recisamente i “centralisti democratici”. Nel 1927 questo gruppo, assieme ai militanti attivi dell'opposizione trotskista, venne espulso dal partito per decisione del XV Congresso del PC(b) dell'URSS.

 

6. “Opposizione operaia”: gruppo antipartito anarcosindacalista in seno al PCR(b), capeggiato da Scliapnikov, Medvedev ed altri. Si costituì nella seconda metà del 1920 e lottò contro la linea leninista del partito. Il X Congresso del PCR(b) condannò l’“opposizione operaia” e dichiarò che la propaganda delle idee della deviazione anarco-sindacalista era incompatibile con l’appartenenza al partito comunista. In seguito i resti dell’“opposizione operaia” sconfitta si unirono al trotzkismo e vennero annientati come nemici del partito e del potere sovietico.

 

In secondo luogo, il periodo attuale, che è un periodo cruciale, ha nuovamente posto in modo acutissimo i problemi fondamentali della nostra rivoluzione. Siccome tutte quelle correnti dissentivano e continuano a dissentire dal partito su determinati problemi della rivoluzione, è naturale che il carattere del periodo attuale, in cui si tirano le somme e si fa il bilancio di tutte le nostre divergenze, doveva spingere tutte quelle correnti a confluire in un unico blocco, nel blocco ostile alla linea fondamentale del nostro partito. Inutile dire che tale circostanza non poteva non indurre le varie correnti d’opposizione a unirsi in un cinico blocco.

In terzo luogo, data la grande forza e compattezza del nostro partito da una parte e, dall’altra, la debolezza e il distacco dalle masse di tutte le correnti dell’opposizione, nessuna esclusa, la lotta isolata di ciascuna di esse contro il partito sarebbe stata senza speranza, ragione per cui le correnti di opposizione dovettero inevitabilmente mettersi sulla via dell’unificazione delle loro forze, al fine di compensare, sommando i singoli gruppi, la debolezza di ciascuno e aumentare così, almeno esteriormente, le possibilità di successo dell’opposizione.

 E come si spiega allora il fatto che proprio il trotzkismo marcia alla testa del blocco di opposizione?

In primo lungo, il trotzkismo è, di tutte le correnti opportunistiche di opposizione esistenti nel nostro partito, duella che ha una fisionomia meglio definita (il V Congresso dell’Internazionale Comunista aveva ragione di qualificare il trotzkismo una deviazione piccolo-borghese).(7)

 

7. Il V Congresso mondiale dell’Internazionale Comunista, che si tenne a Mosca dal 17 giugno all’8 luglio 1924, discusso il rapporto Della situazione economica dell’URSS e della discussione in seno al PCR(b), appoggiò all’unanimità il partito bolscevico nella sua lotta contro il trotzkismo. Il congresso approvò la risoluzione della XIII Conferenza del PCR(b) Sul bilancio della discussione e sulla deviazione piccolo-borghese nel partito, già approvata al XIII Congresso del PCR(b), e decise di pubblicarla come risoluzione propria.

 

In secondo luogo, nessun’altra corrente di opposizione nel nostro partito sa, quanto il trotzkismo, mascherare con tanta abilità e maestria il proprio opportunismo con frasi “di sinistra” e rrrivoluzionarie. (Ilarità).

Nella storia del nostro partito non è la prima volta che il trotzkismo si pone alla testa delle correnti di opposizione e contro il partito. Voglio richiamarmi, nella storia del nostro partito, ad un noto precedente che risale al periodo 1910-1914, quando fu costituito, con alla testa Trotzki, un blocco antipartito di correnti di opposizione, il cosiddetto blocco di agosto. Mi richiamo a questo precedente poiché esso è in un certo qual modo il prototipo dell’attuale blocco d’opposizione. Allora Trotzki aveva unificato, contro il partito, i liquidatori (Potresov, Martov ed altri), gli otzovisti (del gruppo Vperiod) ed il proprio gruppo. E oggi egli ha tentato di unificare nel blocco di opposizione l’“opposizione operaia”, la “nuova opposizione” e il proprio gruppo.

È noto che Lenin lottò contro il blocco di agosto per tre anni. Ecco che cosa scriveva Lenin alla vigilia della costituzione di questo blocco:

“Noi dichiariamo perciò, a nome di tutto il partito, che Trotzki conduce una politica antipartito; che egli spezza la legalità del partito, si mette sulla via dell’avventura e della scissione... [vol. 17 pag. 21] Trotzki passa sotto silenzio questa verità incontestabile perché per gli scopi reali della sua politica la verità è insopportabile. E gli scopi reali diventano sempre più chiari, diventano evidenti persino ai membri del partito meno perspicaci. Questi scopi reali sono il blocco antipartito dei Potresov con i vperiodisti, il quale blocco viene da Trotzki appoggiato e organizzato... [vol. 17 pag. 23, 24] Questo blocco appoggerà naturalmente i “fondi” di Trotzki e la conferenza antipartito da lui convocata, poiché i signori Potresov e i vperiodisti ottengono qui ciò che occorre loro: la libertà delle loro frazioni, la loro consacrazione, una copertura per la loro attività e gli avvocati per la difesa di questa attività di fronte agli operai.

Ed è proprio dal punto di vista dei “principi basilari” che noi non possiamo fare a meno di considerare questo blocco come avventurismo nel vero significato della parola. Trotzki non osa dire che egli vede in Potresov e negli otzovisti i veri marxisti, i veri difensori del carattere di principio della socialdemocrazia. L’essenza della posizione dell’avventuriero consiste appunto nel fatto che egli è costretto continuamente a destreggiarsi... [vol. 17 pag. 24] Il blocco di Trotzki con Potresov e i vperiodisti è un’avventura precisamente dal punto di vista dei “principi basilari”. Ciò non è meno vero dal punto di vista dei compiti politici di partito... Un anno d’esperienza, dopo la sessione plenaria, ha dimostrato in pratica che proprio i gruppi di Potresov, proprio la frazione dei vperiodisti incarnano per l’appunto questa influenza borghese sul proletariato... [vol. 17 pag. 26, 27] Infine, e in terzo luogo, la politica di Trotzki è un’avventura dal punto di vista organizzativo, poiché, come abbiamo già rilevato, essa spezza la legalità del partito e, organizzando una conferenza a nome del solo gruppo estero (o a nome del blocco di due frazioni antipartito, il gruppo del Golos e quello del Vperiod), si mette direttamente sulla via della scissione” [vol. 17 pag. 27] [Lenin Opere vol. 17 Ed. Riuniti (1967)]

 

Questa era l’opinione di Lenin sul primo blocco delle correnti antipartito capeggiato da Trotzki.

La stessa cosa, in sostanza, deve essere detta, ma più recisamente ancora, dell’attuale blocco delle correnti antipartito, anch’esso capeggiato da Trotzki.

Ecco le ragioni per cui la nostra opposizione si presenta oggi sotto forma di opposizione unificata, e non “semplicemente”, ma capeggiata dal trotzkismo.

Così stanno le cose circa il primo tratto caratteristico dell’opposizione.

 Passiamo al secondo. Ho già detto che il secondo tratto caratteristico dell’opposizione consiste nella sua forte tendenza a coprire il proprio operato opportunistico con una fraseologia “di sinistra”, “rivoluzionaria”. Non ritengo possibile dilungarmi qui sui fatti che dimostrano la continua divergenza tra le parole “rivoluzionarie” e i fatti opportunistici nella pratica della nostra opposizione. Basta dare uno sguardo anche solo alle tesi sull’opposizione approvate alla XV Conferenza del PC(b) dell’URSS (8) per capire la meccanica di questo mascheramento. Vorrei soltanto citare alcuni esempi dalla storia del nostro partito, che attestano come tutte le correnti di opposizione nel nostro partito nel periodo posteriore alla presa del potere hanno cercato di coprire le proprie azioni non rivoluzionarie con frasi “rivoluzionarie”, criticando invariabilmente “da sinistra” il partito e la sua politica.

 

8. La XV Conferenza del PC(b) dell’URSS si svolse dal 26 ottobre al 3 novembre 1926. Le tesi Il blocco d’opposizione nel PC(b) dell’URSS vennero stilate da Stalin per incarico dell’Ufficio politico del CC del PC(b) dell’URSS. Il 3 novembre la conferenza le approvò all’unanimità come sua risoluzione. Lo stesso giorno questa risoluzione venne approvata dalla sessione plenaria comune del CC e della CCC del PC(b) dell’URSS (vedi Stalin, Opere, Roma, Edizioni Rinascita, vol. 8, 1954, pp. 264-286).

 

Prendiamo per esempio i comunisti “di sinistra”, che agirono contro il partito nel periodo della pace di Brest (1918). È noto che essi criticarono il partito “da sinistra”, pronunciandosi contro la pace Ili Brest e qualificando la politica del partito come politica opportunista, non proletaria, di conciliazione nei riguardi degli imperialisti. In realtà, invece, risultò che i comunisti “di sinistra”, pronunciandosi contro la pace di Brest, impedivano al partito di ottenere la “tregua” necessaria per organizzare e consolidare il potere sovietico, aiutavano i socialisti-rivoluzionari e i menscevichi, che erano allora contro la pace di Brest, favorivano la causa dell’imperialismo, che cercava di soffocare il potere sovietico allora in germe.

Prendiamo l’“opposizione operaia” (1921). È noto che anch’essa criticò il partito “da sinistra”, “lanciando tutti i suoi fulmini” contro la Nuova politica economica, “demolendo”, “riducendo in polvere” la tesi di Lenin secondo cui bisogna iniziare la ricostruzione dell’industria partendo dallo sviluppo dell’agricoltura, la quale fornisce le materie prime e le derrate alimentari che sono i presupposti per l’industria, demolendo questa tesi di Lenin come tesi che ignorerebbe gli interessi del proletariato e come deviazione contadina. In realtà invece, risultò che senza la politica della Nep, senza lo sviluppo dell’agricoltura, che fornisce le materie prime e le derrate alimentari che sono i presupposti per l’industria, noi non avremmo avuto nessuna industria e il proletariato sarebbe rimasto declassato. Inoltre è noto in quale direzione incominciò a svilupparsi dopo tutto questo l’“opposizione operaia”, se verso destra o verso sinistra.

Prendiamo, infine, il trotzkismo, che già da alcuni anni muove al nostro partito critiche “da sinistra”, e che, nello stesso tempo, rappresenta, come si è giustamente espresso il V Congresso dell’Internazionale Comunista, una deviazione piccolo-borghese. Che cosa può esservi di comune tra una deviazione piccolo-borghese e il vero spirito rivoluzionario? Non è forse chiaro che la frase “rivoluzionaria” serve qui solo di copertura alla deviazione piccolo-borghese?

Non parlo neppure della “nuova opposizione”, le cui strida “di sinistra” sono destinate a coprire il fatto che essa è prigioniera del trotzkismo.

Che cosa attestano tutti questi fatti?

Che il mascheramento “di sinistra” della pratica opportunistica è uno dei tratti più caratteristici di tutte le correnti di opposizione nel nostro partito nel periodo posteriore alla presa del potere.

Come si spiega questo fenomeno?

Si spiega con il carattere rivoluzionario del proletariato dell’URSS, con le grandiose tradizioni rivoluzionarie custodite in seno al nostro proletariato. Si spiega con l’odio aperto degli operai dell’URSS verso gli elementi antirivoluzionari, opportunistici. Si spiega con il fatto che i nostri operai non starebbero ad ascoltare un opportunista dichiarato, ragion  per cui il mascheramento “rivoluzionario” deve servire da esca per attirare, almeno esteriormente, l’attenzione degli operai e infondere loro fiducia nell’opposizione. I nostri operai non riescono, per esempio, a capire come mai gli operai inglesi non abbiano ancora pensato ad annegare i traditori della specie di Thomas, a gettarli in un pozzo. (Ilarità) Tutti coloro che conoscono i nostri operai capiranno facilmente che a gente come Thomas, che ad opportunisti della sua specie gli operai sovietici avrebbero addirittura reso la vita impossibile. Tuttavia si sa che gli operai inglesi non solo non hanno l’intenzione di annegare i signori Thomas, ma anzi, li rieleggono al Consiglio generale,(9) e li rieleggono, per di più, per acclamazione. È chiaro che per simili operai non occorre un mascheramento rivoluzionario dell’opportunismo, poiché essi non sono contrari ad accogliere tra di loro degli opportunisti così come essi sono.

 

9. Consiglio generale: organo esecutivo del congresso delle Trade Unions inglesi; venne eletto per la prima volta nel 1921.

 

Come si spiega questo? Si spiega con il fatto che gli operai inglesi non hanno tradizioni rivoluzionarie. Queste tradizioni rivoluzionarie si stanno formando. Si formano e si sviluppano, e non vi sono motivi per dubitare che gli operai inglesi si tempreranno nelle battaglie rivoluzionarie. Ma fino a quel momento, la differenza tra gli operai inglesi e quelli sovietici permarrà. Questo, in fondo, spiega perché per gli opportunisti del nostro partito sarebbe arrischiato accostarsi agli operai dell’URSS senza un certo mascheramento “rivoluzionario”.

Ecco dove risiedono le ragioni del mascheramento “rivoluzionario” del blocco d’opposizione.

Infine, il terzo tratto caratteristico dell’opposizione. Ho già detto che esso consiste nel fatto che il blocco d’opposizione è strutturalmente amorfo, non ha principi, è allo stato ameboidale, donde le continue lagnanze dei capi dell’opposizione di “non essere capiti”, di essere “travisati”, perché vengono loro attribuite cose che “non avevano detto”, ecc. È davvero una frazione di “incompresi”. La storia dei partiti proletari mostra che questo tratto (“non ci avete compresi!”) è il più comune e il più diffuso tratto dell’opportunismo in generale. Dovete sapere, compagni, che la stessa identica cosa capitò” ai noti opportunisti Bernstein, Vollmar, Auer ed altri nei ranghi della socialdemocrazia tedesca fra la fine del secolo scorso e l’inizio di questo, quando la socialdemocrazia tedesca era rivoluzionaria e quando questi incalliti opportunisti si lamentavano già dia parecchi anni di “non essere stati compresi”, di essere stati “travisati”. È noto che la frazione di Bernstein fu allora soprannominata dai socialdemocratici rivoluzionari tedeschi la frazione degli “incompresi”. Non si può ritenere accidentale il fatto che noi siamo costretti, in tal modo, ad annoverare il blocco di opposizione nella categoria degli “incompresi”.

Tali sono i principali tratti caratteristici del blocco d’opposizione.

 

III

Le divergenze nel PC(b) dell’URSS

Passiamo alle divergenze di sostanza.

Penso che le nostre divergenze si potrebbero ricondurre ad alcune questioni essenziali. Non tratterò particolareggiatamente di queste questioni, poiché manca il tempo per farlo, e la relazione, anche così com’è, è già troppo lunga. Tanto più che sono a vostra disposizione materiali sui problemi del PC(b) dell’URSS che, se pure contengono alcuni errori di traduzione, non di meno danno sostanzialmente un’idea giusta delle divergenze nel nostro partito.

1. Questioni della costruzione socialista

Prima questione. La prima questione è quella della possibilità della vittoria del socialismo in un solo paese, della possibilità della costruzione vittoriosa del socialismo. Si tratta naturalmente non del Montenegro e neppure della Bulgaria, ma del nostro paese, dell’URSS. Si tratta di un paese dove è esistito e si è sviluppato l’imperialismo, dove esiste un certo minimo di grande industria, dove esiste un certo minimo di proletariato, dove esiste un partito che guida il proletariato. Or dunque, è possibile la vittoria del socialismo nell’URSS, è possibile condurre a termine la costruzione del socialismo sulla base delle forze interne del paese, sulla base delle possibilità di cui dispone il proletariato dell’URSS?

Ma che cosa significa condurre a termine la costruzione del socialismo, se si traduce questa formula in un concreto linguaggio di classe? Significa vincere con le nostre forze, nel corso della lotta, la nostra borghesia, la borghesia sovietica. Quindi la questione sta tutta nel sapere se il proletariato dell’URSS è capace di vincere la propria borghesia, la borghesia sovietica. Perciò quando si parla della possibilità di condurre a termine la costruzione del socialismo nell’URSS, si vuol dire: è capace il proletariato dell’URSS di vincere con le proprie forze la borghesia dell’URSS? Così, e soltanto così, si pone la questione quando si tratta di risolvere il problema della costruzione integrale del socialismo nel nostro paese.

Il partito risponde a questa domanda affermativamente, poiché muove dal presupposto che il proletariato dell’URSS, la dittatura proletaria nell’URSS, ha la possibilità di vincere la borghesia dell’URSS con le proprie forze.

Se ciò fosse sbagliato, se il partito non avesse ragioni per affermare che il proletariato nell’URSS è capace di condurre a termine la costruzione della società socialista, nonostante la relativa arretratezza tecnica del nostro paese, il partito non avrebbe più motivo di rimanere al potere, dovrebbe abbandonare il potere in un modo o nell’altro e passare allo stato di partito d’opposizione.

Infatti, una delle due:

o noi possiamo costruire il socialismo e portarne a termine, in definitiva, la costruzione, vincendo la nostra borghesia “nazionale” - e allora il partito ha l’obbligo di rimanere al potere e di dirigere la costruzione socialista nel paese in nome della vittoria del socialismo nel mondo intero;

oppure noi non siamo in grado di vincere la nostra borghesia con le nostre forze - e allora, tenendo conto che ci manca l’appoggio immediato dall’esterno, l’appoggio della rivoluzione vittoriosa negli altri paesi, dobbiamo abbandonare onestamente ed apertamente il potere e puntare verso l’organizzazione di una nuova futura rivoluzione nell’URSS.

Può un partito ingannare la propria classe, in questo caso la classe operaia? No, non può. Un partito simile meriterebbe di essere fatto a pezzi. Ma il nostro partito, appunto perché non ha il diritto di ingannare la classe operaia, avrebbe dovuto dire apertamente che la mancanza di certezza di poter condurre a termine la costruzione del socialismo nel nostro paese lo avrebbe portato ad abbandonare il potere e a passare dalla posizione di partito al governo a quella di partito all’opposizione.

 Abbiamo conquistato la dittatura del proletariato e creato così la base politica per l’avanzata verso il socialismo. Possiamo noi creare con le nostre forze la base economica del socialismo, le nuove fondamenta economiche, necessarie per condurre a termine la costruzione del socialismo? In che cosa consistono l’essenza economica e la base economica del socialismo? Forse nel creare il “paradiso in terra” e la felicità generale? No, non in questo. Questa è l’idea che dell’essenza economica del socialismo si fa l’uomo della strada, il piccolo borghese. Creare la base economica del socialismo significa unire strettamente in un’unica economia l’agricoltura e l’industria socialista, mettere l’agricoltura sotto la direzione dell’industria socialista, stabilire i rapporti tra la città e la campagna sulla base dello scambio dei prodotti dell’agricoltura e dell’industria, chiudere ed eliminare tutti quei canali che favoriscono il sorgere delle classi e innanzitutto del capitale, creare, insomma, condizioni di produzione e distribuzione tali da condurre direttamente, immediatamente all’eliminazione delle classi.

Ecco che cosa diceva a questo proposito il compagno Lenin nel periodo in cui si introduceva la Nep e si poneva di fronte al partito in tutta la sua ampiezza il problema della costruzione delle fondamenta socialiste dell’economia nazionale :

 

“Sostituzione del prelevamento dei prodotti agricoli eccedenti con un’imposta, suo significato di principio: dal comunismo di “guerra” alle giuste fondamenta socialiste. Nè prelevamento delle eccedenze, né imposta, bensì scambio dei prodotti della grande industria (“socializzata”) con i prodotti contadini, tale è la sostanza economica del socialismo, la sua base”. [Lenin Opere vol. 32 Ed. Riuniti (1967) pag. 302]

 

Ecco come intende Lenin il problema della creazione della base economica del socialismo.

Ma per unire strettamente l’agricoltura all’industria socializzata è necessario, anzitutto, disporre di una fitta rete di organi per la distribuzione dei prodotti, di una fitta rete di organi cooperativistici, sia di consumo, sia agricoli, sia di produzione. Lenin partiva appunto da questo presupposto allorquando diceva nel suo opuscolo Sulla cooperazione, che:

 

“Nelle nostre condizioni la cooperazione coincide di regola completamente col socialismo”. [Lenin Opere vol. 33 Ed. Riuniti (1967) pag. 433] (10)

 

Or dunque, può il proletariato dell’URSS costruire con le proprie forze la base economica del socialismo nelle condizioni di accerchiamento capitalista del nostro paese?

Il partito risponde a questa domanda affermativamente (vedi la risoluzione della XIV Conferenza del PC(b)).(11) Lenin risponde a questa domanda affermativamente (vedi, p. es., il suo opuscolo Sulla cooperazione). Tutta la prassi della nostra costruzione dà a questa domanda una risposta affermativa, poiché la quota del settore socialista della nostra economia aumenta di anno in anno a scapito di quella del capitale privato, nel campo sia della produzione che della circolazione, mentre la funzione del capitale privato in rapporto alla funzione degli elementi socialisti della nostra economia declina di anno in anno.

 

10. Vedi Lenin Sulla cooperazione, Roma, Edizioni Rinascita, 1954, p. 98.

 

11. Si tratta della risoluzione della XIV Conferenza del PC(b) Sui compiti dell’Internazionale Comunista e del PCR(b) in connessione con la sessione plenaria allargata del CE dell’IC (vedi Il PC(b) dell’URSS nelle risoluzioni e nelle decisioni dei congressi, delle conferenze e delle sessioni plenarie del CC, parte II, 1941, pp. 25-31).

 

Ebbene, come risponde l’opposizione a questa domanda?

Essa dà a questa domanda una risposta negativa.

Dunque: la vittoria del socialismo nel nostro paese è possibile, e la possibilità di costruire la base economica del  socialismo può ritenersi assicurata.

Significa forse questo che una simile vittoria possa essere chiamata vittoria completa, vittoria definitiva del socialismo, tale da garantire il paese del socialismo in costruzione contro qualsiasi pericolo esterno, contro il pericolo dell’intervento imperialista e della conseguente restaurazione? No, non significa questo. Se la questione della costruzione integrale del socialismo nell’URSS consiste nel vincere la propria borghesia “nazionale”, la questione della vittoria definitiva del socialismo consiste nel vincere la borghesia mondiale. Il partito dice che il proletariato di un solo paese non è in grado di vincere con le proprie forze la borghesia mondiale. Il partito dice che per la vittoria definitiva del socialismo in un solo paese è necessario vincere o, per lo meno, neutralizzare la borghesia mondiale. Il partito dice che un simile compito può essere affrontato soltanto dal proletariato di alcuni paesi. Perciò la vittoria definitiva del socialismo in questo o quel paese significa la vittoria della rivoluzione proletaria per lo meno in alcuni paesi.

Questa questione non suscita particolari divergenze nel nostro partito, e perciò non mi dilungherò su di essa, rimandando chi se ne interessa al materiale del CC del nostro partito distribuito alcuni giorni fa ai membri della sessione plenaria allargata del Comitato esecutivo dell’Internazionale Comunista.

 

2. I fattori della tregua”

Seconda questione. La seconda questione concerne le condizioni dell’attuale situazione internazionale dell’URSS, concerne le condizioni di quel periodo di “tregua”, durante il quale si è iniziato e ampliato da noi il lavoro di costruzione del socialismo. Noi possiamo e dobbiamo costruire il socialismo nell’URSS. Ma per costruire il socialismo occorre anzitutto esistere. Occorre che la guerra ci conceda una “tregua”, occorre che non vi siano tentativi di intervento, occorre che si sia conquistato quel determinato minimo di condizioni internazionali necessario per esistere e per costruire il socialismo.

Ci si chiede: da che cosa dipende l’attuale situazione internazionale della Repubblica dei Soviet, che cosa determina l’attuale periodo “pacifico” di sviluppo del nostro paese nei suoi rapporti coi paesi capitalisti, su che cosa si basa quella “tregua” o quel periodo di “tregua”, che è stato conquistato, che rende impossibili i tentativi immediati di un serio intervento da parte del mondo capitalista e crea le condizioni esterne necessarie per la costruzione del socialismo nel nostro paese, se è stato dimostrato che il pericolo di un intervento esiste e continuerà ad esistere, e che questo pericolo può essere eliminato soltanto in seguito alla vittoria della rivoluzione proletaria in parecchi paesi?

L’attuale periodo di “tregua” si basa su almeno quattro fatti fondamentali.

In primo luogo, sulle contraddizioni nel campo degli imperialisti, che non si attenuano e rendono difficile un accordo ai danni della Repubblica dei Soviet.

In secondo luogo, sulle contraddizioni tra l’imperialismo e i paesi coloniali, sullo sviluppo del movimento di liberazione nei paesi coloniali e dipendenti.

In terzo luogo, sul rafforzamento del movimento rivoluzionario nei paesi capitalisti e sulla crescente simpatia dei proletari di tutti i paesi per la Repubblica dei Soviet. I proletari dei paesi capitalisti non sono ancora in grado di appoggiare i proletari dell’URSS con una vera rivoluzione contro i propri capitalisti. Però i capitalisti degli stati imperialisti non sono più in grado di far marciare i “propri” operai contro il proletariato dell’URSS, poiché la simpatia dei proletari di tutti i paesi verso la Repubblica dei Soviet cresce, e non può fare a meno di crescere di giorno in giorno. E fare la guerra senza gli operai oggi è impossibile.

In quarto luogo, sulla forza e sulla potenza del proletariato dell’URSS, sui successi della sua costruzione socialista, sulla potenza dell’organizzazione del suo Esercito rosso.

Alla coincidenza di queste e altre condizioni simili dobbiamo il periodo di “tregua”, che è il tratto caratteristico  dell’attuale situazione internazionale della Repubblica dei Soviet.

 

3. Unità e indivisibilità dei compiti nazionali” e internazionali della rivoluzione

Terza questione. La terza questione concerne i compiti “nazionali” e internazionali della rivoluzione proletaria in questo o quel paese. Il partito muove dalla premessa che i compiti “nazionali” e internazionali del proletariato dell’URSS si fondono nell’unico compito comune della liberazione dei proletari di tutti i paesi dal capitalismo, che gli interessi della costruzione del socialismo nel nostro paese si fondono interamente e completamente con gli interessi del movimento rivoluzionario di tutti i paesi nell’interesse comune della vittoria della rivoluzione socialista in tutti i paesi.

Cosa avverrebbe se i proletari di tutti i paesi non simpatizzassero con la Repubblica dei Soviet e non l’appoggiassero? Avremmo l’intervento e l’annientamento della Repubblica dei Soviet.

Che cosa avverrebbe se il capitale riuscisse ad annientare la Repubblica dei Soviet? Subentrerebbe l’epoca della più nera reazione in tutti i paesi capitalisti e coloniali, verrebbero soffocati la classe operaia e i popoli oppressi, sarebbero perdute le posizioni del comunismo internazionale.

Che cosa avverrà se la simpatia e l’appoggio dei proletari di tutti i paesi per la Repubblica dei Soviet si rafforzerà e andrà crescendo? Si faciliterà in modo radicale la costruzione del socialismo nell’URSS.

Che cosa avverrà se nell’URSS si moltiplicheranno i successi della costruzione socialista? Si miglioreranno in modo radicale le posizioni rivoluzionarie dei proletari di tutti i paesi nella loro lotta contro il capitale, si scalzeranno le posizioni del capitale internazionale nella sua lotta contro il proletariato e si aumenteranno le possibilità di successo del proletariato mondiale.

Ma ne consegue che gli interessi e i compiti del proletariato dell’URSS sono intrecciati e indissolubilmente legati con gli interessi e con i compiti del movimento rivoluzionario in tutti i paesi e, viceversa, i compiti dei proletari rivoluzionari di tutti i paesi sono indissolubilmente legati con i compiti e i successi dei proletari dell’URSS sul fronte dell’edificazione socialista.

Perciò contrapporre ai compiti internazionali i compiti “nazionali” dei proletari di questo o quel paese significa commettere un errore politico gravissimo.

Perciò presentare lo slancio e l’ardore nella lotta dei proletari dell’URSS sul fronte dell’edificazione socialista come un indice di “grettezza nazionale” e di “limitatezza nazionale”, come fanno a volte i nostri oppositori, significa essere pazzi o rimbambiti.

Perciò l’affermarsi dell’unità e dell’indivisibilità degli interessi e dei compiti dei proletari di un paese con quelli dei proletari di tutti paesi è la via più sicura per la vittoria del movimento rivoluzionario dei proletari di tutti i paesi.

Appunto perciò la vittoria della rivoluzione proletaria in un solo paese non è fine a se stessa, bensì un mezzo e un contributo per lo sviluppo e la vittoria della rivoluzione in tutti i paesi.

Perciò costruire il socialismo nell’URSS significa lavorare per la causa comune dei proletari di tutti i paesi, significa forgiare la vittoria sul capitale non solo nell’URSS, ma anche in tutti i paesi capitalisti, poiché la rivoluzione nell’URSS è una parte della rivoluzione mondiale, il suo inizio e la base per il suo sviluppo.

 

4. Per la storia della questione della costruzione del socialismo

Quarta questione. La quarta questione concerne la storia del problema che stiamo discutendo. L’opposizione assicura che il problema della costruzione del socialismo in un solo paese è stato posto per la prima volta dal nostro partito nel 1925. In ogni caso Trotzki ha dichiarato apertamente alla XV Conferenza: “Perché si esige il riconoscimento teorico della costruzione integrale del socialismo in un solo paese? Donde questa prospettiva? Perché prima del 1925 nessuno  ha posto tale questione?”.

In questo modo risulterebbe che prima del 1925 questa questione non sarebbe stata sollevata nel nostro partito. Risulterebbe che solo Stalin e Bukharin l’avrebbero sollevata nel partito e precisamente nel 1925.

È vero questo? No, non è vero.

Affermo che la questione della costruzione dell’economia socialista in un solo paese fu sollevata per la prima volta nel partito da Lenin già nel 1915. Affermo che fu proprio Trotzki a muovere allora obiezione a Lenin. Affermo che da quel momento, e cioè dal 1915, il problema della costruzione dell’economia socialista in un solo paese è stato trattato più volte nella nostra stampa e nel nostro partito.

Guardiamo ai fatti.

a) 1915. Articolo di Lenin sull’organo centrale dei bolscevichi (il Sozial-Demokrat):(12) Sulla parola d’ordine degli stati uniti d’Europa. Ecco che cosa dice Lenin in questo articolo :

 

“La parola d’ordine degli stati uniti del mondo come parola d’ordine indipendente, non sarebbe forse giusta, innanzitutto perché essa coincide col socialismo; in secondo luogo perché potrebbe generare l’opinione errata dell’impossibilità della vittoria del socialismo in un solo paese, una concezione errata dei rapporti di tale paese con gli altri.

L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalista, preso separatamente. Il proletariato vittorioso in questo paese, espropriati i capitalisti e organizzata nel proprio paese la produzione socialista,[C.vo di G. St.] si porrebbe contro il resto del mondo capitalista, attirando a sé le classi oppresse degli altri paesi, spingendole a insorgere contro i capitalisti, intervenendo, in caso di necessità, anche con la forza armata contro le classi sfruttatrici e i loro stati”... Poiché “impossibile è la libera unine delle nazioni nel socialismo senza una lotta ostinata, più o meno lunga, fra le repubbliche socialiste e gli stati arretrati”.

[Lenin Opere vol. 21 Ed. Riuniti (1967) pag. 314]

 

Ed ecco l’obiezione mossa da Trotzki nello stesso anno 1915 sul Nasce Slovo (13) da lui diretto:

 

“ ‘L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo’. Da ciò il Sozial-Demokrat [organo centrale dei bolscevichi nel 1915, dove appunto fu pubblicato l’articolo citato di Lenin. G. St.] ha dedotto la conseguenza che la vittoria del socialismo in un solo paese è possibile e che perciò non c’è ragione di condizionare la dittatura del proletariato in ogni singolo stato alla creazione degli stati uniti d’Europa... Che nessun paese debba “attendere” gli altri nella sua lotta, è un concetto elementare che è utile e necessario ripetere affinché all’idea di un’azione internazionale parallela non si sostituisca l’idea dell’attesa passiva internazionale. Senza attendere gli altri, noi cominciamo e continuiamo la lotta sul terreno nazionale, pienamente sicuri che la nostra iniziativa stimolerà la lotta negli altri paesi; ma se ciò non avviene è assurdo pensare - così insegnano e l’esperienza storica e le considerazioni teoriche - che, per esempio, la Russia rivoluzionaria possa fare fronte a un’Europa conservatrice, o che una Germania socialista possa sussistere isolata nel mondo capitalista.[C.vo di G. St.] Considerare le prospettive della rivoluzione sociale nel quadro nazionale significherebbe diventare vittima di quella stessa grettezza nazionale che costituisce l’essenza del socialpatriottismo”.

(Trotzki, Il 1917, vol. III, p. I, pp. 89-90).

 

12. Sozial-Demokrat: giornale illegale, organo centrale dei POSDR. Si pubblicò dal febbraio 1908 al gennaio 1917; ne uscirono 58 numeri. Il primo numero uscì in Russia; in seguito la pubblicazione del giornale fu trasferita all’estero, dapprima a Parigi, poi a Ginevra. La redazione del Sozial-Demokrat era composta, in base a decisione del CC del POSDR, da rappresentanti dei bolscevichi, dei menscevichi e dei socialdemocratici polacchi. La lotta indefessa di Lenin in seno alla redazione del Sozial-Demokrat per una linea bolscevica coerente portò i rappresentanti dei menscevichi e dei socialdemocratici polacchi ad uscire dalla redazione. A cominciare dal dicembre 1911 il giornale fu diretto da Lenin; pubblicò in seguito una serie di articoli di Stalin. L’articolo di Lenin Sulla parola d’ordine degli stati uniti d’Europa comparve nel n. 44 del 23 agosto 1915 (vedi Lenin, La guerra imperialista, Roma, Edizioni Rinascita, 1950, pp. 32-35).

 

13. Nasce Slavo (La nostra parola): giornale menscevico-trotskista, pubblicato a Parigi dal gennaio 1915 al settembre 1916.

  

 

Vedete che il problema dell’“organizzazione della produzione socialista” venne posto da Lenin fin dal 1915, alla vigilia della rivoluzione democratica borghese in Russia, nel periodo della guerra imperialista, allorquando la questione della trasformazione della rivoluzione democratica borghese in rivoluzione socialista era all’ordine del giorno.

Vedete che chi mosse allora delle obiezioni al compagno Lenin fu precisamente Trotzki, il quale evidentemente sapeva che nell’articolo di Lenin si trattava della “vittoria del socialismo” e della possibilità di “organizzare la produzione socialista in un solo paese”.

Vedete che l’accusa di “grettezza nazionale” fu mossa per la prima volta da Trotzki già nel 1915, ed inoltre questa accusa fu diretta non contro Stalin o contro Bukharin, ma contro Lenin.

Oggi Zinoviev ricorre continuamente alla ridicola accusa di “grettezza nazionale”. Ma egli non capisce, a quanto pare, che così facendo ripete e restaura la tesi di Trotzki diretta contro Lenin e contro il suo partito.

b) 1919. Articolo di Lenin Economia e politica nell’epoca della dittatura del proletariato. Ecco che cosa scrive Lenin in questo articolo:

 

“Quindi, nonostante le menzogne e le calunnie dei borghesi di tutti i paesi e dei loro complici aperti e mascherati (i “socialisti” della II Internazionale), una cosa rimane certa: dal punto di vista del problema economico fondamentale della dittatura del proletariato, da noi è assicurata la vittoria del comunismo sul capitalismo. E per questa ragione appunto, la borghesia di tutto il mondo infuria e infierisce contro il bolscevismo, organizza invasioni militari, congiure, ecc. contro i bolscevichi, perché comprende benissimo che noi riporteremo inevitabilmente la vittoria nella ricostruzione dell’economia sociale, se non saremo schiacciati dalla forza militare. Ma essa non riuscirà a schiacciaci in tal modo”.[C.vo di G. St.] [Lenin Opere vol. 30 Ed. Riuniti (1967) pag. 91] (14)

 

 

14. Vedi Lenin, Marx-Engels-Marxismo, Roma, Edizioni Rinascita, 1952, p. 414.

 

15. Vedi Lenin, Opere scelte (in due volumi), Mosca Edizioni in lingue estere, 1949, vol. II, pp. 815-850.

 

Voi vedete che in quest’articolo Lenin tratta del “problema economico della dittatura del proletariato”, della “ricostruzione dell’economia sociale” ponendosi come obiettivo la “vittoria del comunismo”. E che cosa sono “il problema economico della dittatura del proletariato” e “la ricostruzione dell’economia sociale” nelle condizioni della dittatura del proletariato? Non sono altro che la costruzione del socialismo in un solo paese, nel nostro paese.

c) 1921. Opuscolo di Lenin Sull’imposta in natura.(15) La nota tesi che noi possiamo e dobbiamo costruire “le fondamenta socialiste della nostra economia” (vedi Sull’imposta in natura).

d) 1922. Discorso del compagno Lenin al Soviet di Mosca, in cui si dice che “noi abbiamo fatto penetrare il socialismo nella vita quotidiana”, che “la Russia della Nep si trasformerà nella Russia socialista” (vedi vol. 33, p. 405). Obiezione di Trotzki nel suo Poscritto (1922) al Programma di pace, senza precisa indicazione che egli polemizza con Lenin. Ecco che cosa dice Trotzki in questo Poscritto:

 

“L’affermazione più volte ripetuta nel Programma di pace che la rivoluzione proletaria non può giungere vittoriosamente a compimento nell’ambito nazionale, sembrerà forse, a certi lettori, smentita dall’esperienza quasi quinquennale della nostra Repubblica sovietica. Ma una simile conclusione sarebbe infondata. Il fatto che lo stato operaio abbia resistito contro il mondo intero in un solo paese, e per giunta arretrato, dimostra la potenza gigantesca del proletariato, che in altri paesi, più progrediti, più civili, sarà capace di compiere dei veri prodigi. Ma, pur avendo resistito dal punto di vista politico e militare come stato, non siamo arrivati alla creazione di una società socialista, anzi, non ci siamo neppure avvicinati ad essa... La lotta per la sopravvivenza come stato rivoluzionario ha provocato in questo Periodo un estremo abbassamento delle forze produttive; il socialismo, invece, è immaginabile soltanto sulla base del loro aumento e del loro sviluppo. I negoziati commerciali con i paesi borghesi, le concessioni, la  Conferenza di Genova, ecc. costituiscono le prove troppo lampanti dell’impossibilità di costruire il socialismo isolatamente nell’ambito di uno stato nazionale... Un’effettiva ascesa dell’economia socialista in Russia sarà possibile soltanto dopo la vittoria del proletariato nei principali paesi d’Europa”.[C.vo di G. St.] (Trotzki, Il 1917, vol. III, p. I, pp. 92-93).

 

Con chi polemizza qui Trotzki circa “l’impossibilità di costruire il socialismo isolatamente nell’ambito di stati nazionali”? Naturalmente non con Stalin o Bukharin. Trotzki polemizza con il compagno Lenin e non su una questione qualsiasi, bensì sulla questione fondamentale della possibilità della “costruzione socialista entro i confini di uno stato nazionale”.

e) 1923. Opuscolo Sulla cooperazione, che costituisce il testamento politico di Lenin. Ecco che cosa dice Lenin in questo opuscolo:

 

“In realtà, il potere dello stato su tutti i grandi mezzi di produzione, il potere dello stato nelle mani del proletariato, l’alleanza di questo proletariato con milioni e milioni di contadini poveri e poverissimi, la garanzia della direzione dei contadini da parte del proletariato, ecc., non è forse questo tutto ciò che occorre per costruire con la cooperazione, con la sola cooperazione, che noi una volta consideravamo dall’alto in basso come affare da bottegai, e che ora, durante la Nep, abbiamo ancora il diritto, in un certo senso, di considerare allo stesso modo, non è forse questo tutto ciò che è necessario per costruire una società socialista integrale? Questo non è ancora la costruzione della società socialista, ma è tutto ciò che è necessario e sufficiente per condurne a termine la costruzione”. [C.vo di G. St.] [Lenin Opere vol. 33 Ed. Riuniti (1967) pag. 429] (16)

 

 

16. Vedi Lenin, Sulla cooperazione, ed. cit., p. 93.

 

Mi sembra che difficilmente si possa essere più chiari di così.

Secondo Trotzki risulterebbe che “la costruzione socialista nell’ambito di uno stato nazionale” è impossibile. Lenin, invece, asserisce che noi, cioè il proletariato dell’URSS, oggi, nel periodo della dittatura del proletariato, abbiamo “tutto ciò che è necessario e sufficiente” “per la costruzione di una società socialista integrale”.

Il contrasto di opinioni è assoluto.

Questi sono i fatti.

Voi vedete, in tal modo, che la questione della costruzione del socialismo in un solo paese fu sollevata nel nostro partito già nel 1915, fu sollevata personalmente da Lenin, e su questo problema precisamente polemizzò Trotzki con Lenin, accusandolo di “grettezza nazionale”.

Voi vedete che d’allora in poi, fino alla morte del compagno Lenin, questa questione non ha mai cessato di essere all’ordine del giorno del lavoro del nostro partito.

Voi vedete che questa questione è stata sollevata parecchie volte, in questo o quel modo, da Trotzki, sotto forma di polemica coperta, ma ben precisa contro il compagno Lenin, e, inoltre, ogni volta la questione è stata trattata da Trotzki non nello spirito di Lenin e del leninismo, ma contro Lenin e il leninismo.

Voi vedete che Trotzki dice una vera e propria menzogna quando asserisce che la questione della costruzione del socialismo in un solo paese non è mai stata posta da nessuno prima del 1925.

 

5. Particolare importanza della questione della costruzione del socialismo nell’URSS nel momento attuale

Quinta questione. La quinta questione concerne il problema dell’attualità del compito della costruzione del socialismo nel momento presente. Perché la questione della costruzione del socialismo ha acquistato un particolare carattere d’attualità proprio ora, proprio in questi ultimi tempi? Perché, per esempio, nel 1915, 1918, 1919, 1921, 1922, 1923 la questione della costruzione del socialismo nell’URSS venne discussa solo occasionalmente in singoli articoli, mentre  nel 1924, 1925, 1926 ha occupato un posto particolarmente importante nella prassi del nostro partito? Come si spiega questo?

Secondo me, la spiegazione va ricercata in tre cause principali.

In primo luogo perché negli ultimi anni si è rallentato il ritmo della rivoluzione negli altri paesi, è sopraggiunta la cosiddetta “stabilizzazione parziale del capitalismo”. Di qui la domanda: la stabilizzazione parziale del capitalismo non diminuisce o, persino, distrugge le possibilità della costruzione del socialismo nel nostro paese? Di qui il crescente interesse per la questione delle sorti del socialismo e della costruzione socialista nel nostro paese.

In secondo luogo, perché noi abbiamo introdotto la Nep, abbiamo ammesso il capitale privato e compiuto una determinata ritirata per raggruppare nuovamente le forze e passare poi all’offensiva. Di qui la domanda: l’introduzione della Nep pregiudica forse le possibilità della costruzione socialista nel nostro paese? Questo è un altro motivo del crescente interesse per la possibilità della costruzione socialista nel nostro paese.

In terzo luogo, per la circostanza che noi abbiamo vinto la guerra civile, scacciato gli interventisti e ottenuto una “tregua”, che abbiamo assicurato la pace e un periodo pacifico, il quale offre condizioni favorevoli per porre fine al dissesto economico, per ricostruire le forze produttive del paese e accingerci all’edificazione di una nuova economia nel nostro paese. Di qui la domanda: in quale direzione occorre orientare l’edificazione dell’economia, nella direzione del socialismo o in qualche altra direzione? Di qui la domanda: se si orienta l’edificazione verso socialismo, vi sono o no motivi di ritenere che noi abbiamo la possibilità di costruire il socialismo nelle condizioni della Nep e della stabilizzazione parziale del capitalismo? Di qui l’enorme interesse di tutto il partito, dell’intera classe operaia per il problema delle sorti della costruzione socialista nel nostro paese. Di qui i calcoli su ogni sorta di dati effettuati ogni anno dagli organi del partito e del potere sovietico in funzione del rafforzamento del peso specifico delle forme socialiste dell’economia nel campo dell’industria, del commercio, dell’agricoltura.

Eccovi le tre cause principali le quali attestano che la questione della costruzione del socialismo è diventata per il nostro partito e per il nostro proletariato, come pure per l’Internazionale Comunista, una questione di grandissima attualità.

L’opposizione crede che la questione della costruzione del socialismo nell’URSS abbia soltanto un interesse teorico. Ciò è sbagliato. È un errore abissale. Un simile modo di trattare la questione si spiega soltanto con il completo distacco dell’opposizione dalla nostra prassi di partito, dalla nostra edificazione economica, dalla nostra edificazione cooperativistica. La questione della costruzione del socialismo, ora che noi abbiamo liquidato il dissesto economico e ricostruito l’industria, e siamo entrati nella fase della ricostruzione di tutta l’economia nazionale su una nuova base tecnica, ha un’immensa importanza pratica. Come condurre le cose nell’edificazione economica, in quale direzione costruire, che cosa costruire, quali debbono essere le prospettive della nostra edificazione? Tutti questi sono problemi senza la soluzione dei quali i quadri onesti e pensosi della nostra economia non possono fare neppure un passo avanti, se vogliono, di fronte all’opera di edificazione, comportarsi da uomini coscienziosi e responsabili. Costruiamo noi forse allo scopo di fertilizzare il terreno per la democrazia borghese, oppure allo scopo di edificare la società socialista? Questo è il punto centrale della nostra opera di edificazione. Abbiamo noi la possibilità di costruire l’economia socialista oggi, nelle condizioni della Nep, in un periodo di stabilizzazione parziale del capitalismo? Questo è oggi uno dei problemi fondamentali del nostro lavoro di partito e sovietico.

Lenin ha risposto affermativamente a questa questione (si veda l’opuscolo Sulla cooperazione). Il partito ha risposto affermativamente (si veda la risoluzione della XIV Conferenza del PCR(b)). E l’opposizione? Ho già detto che l’opposizione risponde a questa questione negativamente. Ho già detto nel mio rapporto alla XV Conferenza del PC(b) dell’URSS, ed ora sono costretto a ripeterlo qui, che Trotzki, capo del blocco di opposizione, ancora molto recentemente, nel settembre del 1926, dichiarava nel suo noto appello agli oppositori di considerare “la teoria del  socialismo in un solo paese” “come la giustificazione teorica della grettezza nazionale” (si veda il rapporto di Stalin alla XV Conferenza del PC(b) dell’URSS).(17)

 

17. Vedi La deviazione socialdemocratica nel nostro partito, in Stalin, Opere, ed. cit., vol. 8, pp. 287-361.

 

Confrontate questa citazione di Trotzki (1926) col suo articolo del 1915, dove, polemizzando con Lenin sulla possibilità della vittoria del socialismo in un solo paese, egli pone per la prima volta la questione della “grettezza nazionale” del compagno Lenin e dei leninisti, e capirete che sul problema della costruzione del socialismo in un solo paese Trotzki è rimasto sulla sua vecchia posizione di negazione socialdemocratica.

Appunto per questo il partito afferma che il trotzkismo è una deviazione socialdemocratica nel nostro partito.

 

6. Le prospettive della rivoluzione

Sesta questione. La sesta questione concerne il problema delle prospettive della rivoluzione proletaria. Trotzki disse nel suo discorso alla XV Conferenza del partito: “Lenin riteneva che in venti anni noi non avremmo in nessun modo potuto costruire il socialismo; data l’arretratezza del nostro paese contadino non lo costruiremo neppure in trent’anni. Mettiamo da trenta a cinquant’anni come minimo”.

Debbo dichiarare qui, compagni, che questa prospettiva, escogitata da Trotzki, non ha nulla di comune con la prospettiva del compagno Lenin sulla rivoluzione nell’URSS. E poco più avanti nel suo discorso lo stesso Trotzki comincia a polemizzare con questa prospettiva. Ma è affar suo. Debbo dichiarare, però, che né Lenin né il partito possono essere chiamati a rispondere di questa prospettiva escogitata da Trotzki e delle conclusioni che ne derivano. Il fatto che Trotzki, dopo aver fabbricato questa prospettiva, cominci poi, nel suo discorso, a polemizzare con la sua stessa idea, dimostra soltanto che Trotzki ha completamente perduto il filo ed è caduto nel ridicolo.

Lenin non ha detto affatto che “noi non costruiremo in nessun modo il socialismo” in trenta o cinquant’anni. Ecco che cosa ha detto Lenin in realtà:

 

“10-20 anni di giusti rapporti con i contadini per assicurare la vittoria su scala mondiale (persino nel caso in cui ritardino le rivoluzioni proletarie, che sono in corso di sviluppo), altrimenti da 20 a 40 anni di sofferenze sotto il terrore delle guardie bianche”. [Lenin Opere vol. 32 Ed. Riuniti (1967) pag. 303]

 

Si può forse trarre da questa affermazione di Lenin la conclusione che noi “non costruiremo in nessun modo il socialismo in 20, 30 o 50 anni”? Certamente no. Da questa affermazione si possono trarre soltanto le conclusioni seguenti:

a) se i rapporti coi contadini vengono impostati in modo giusto, la vittoria (cioè la vittoria del socialismo) è assicurata fra 10-20 anni;

b) questa vittoria sarà una vittoria non solo per l’URSS, ma “su scala mondiale”;

c) se noi non conseguiremo la vittoria entro questo termine, ciò sarà indizio della nostra disfatta, e il regime della dittatura del proletariato sarà sostituito dal regime del terrore delle guardie bianche, il quale può durare da 20 a 40 anni.

Si può, naturalmente, essere o non essere d’accordo con questa affermazione di Lenin e con le conclusioni da essa derivanti. Ma non si può travisarla come fa Trotzki.

E che cosa significa vittoria “su scala mondiale”? Significa forse che una tale vittoria equivale alla vittoria del socialismo in un solo paese? No, non significa questo. Lenin fa, nelle sue opere, una distinzione rigorosa tra la vittoria del socialismo in un solo paese e la vittoria “su scala mondiale”. Quando parla della vittoria “su scala mondiale”, Lenin vuol dire che i successi del socialismo nel nostro paese, la vittoria della costruzione socialista nel nostro paese hanno  un’importanza internazionale così grande che essa (la vittoria) non può limitarsi al nostro paese, ma deve suscitare un possente movimento verso il socialismo in tutti i paesi capitalisti, e, se anche non coincidesse nel tempo con la vittoria della rivoluzione proletaria negli altri paesi, essa deve, in ogni caso, scatenare negli altri paesi un possente movimento proletario verso la vittoria della rivoluzione mondiale.

Ecco qual è la prospettiva della rivoluzione secondo Lenin, se si tiene presente la prospettiva della vittoria della rivoluzione, il che, in sostanza, è quello di cui si discute oggi nel nostro partito.

Confondere questa prospettiva con la prospettiva di Trotzki dei 30-50 anni, significa calunniare Lenin.

 

7. Come si pone la questione nella realtà

Settima questione. Va bene, ci dice l’opposizione, ma in fin dei conti con chi è meglio stringere una alleanza: con il proletariato mondiale oppure con i contadini del nostro paese? A chi dare la preferenza: al proletariato mondiale o ai contadini dell’URSS? E qui la questione viene presentata come se il proletariato dell’URSS avesse di fronte a sé due alleati: il proletariato mondiale, che è pronto a rovesciare immediatamente la sua borghesia, ma attende per farlo la nostra approvazione, e i nostri contadini, che sono pronti ad aiutare il proletariato dell’URSS, ma non sono pienamente sicuri che il proletariato dell’URSS accetti il loro aiuto. Questo, compagni, è un modo infantile di porre la questione. Una tale impostazione non ha nulla di comune né con il decorso della rivoluzione nel nostro paese, né col rapporto di forze sul fronte della lotta tra il capitalismo mondiale e il socialismo. Perdonate l’espressione, ma soltanto delle collegiali possono impostare la questione in questo modo. Purtroppo le cose non stanno come le presentano alcuni oppositori, e non vi sono motivi per dubitare che noi avremmo accettato con piacere l’aiuto sia di una parte che dell’altra, se ciò fosse dipeso soltanto da noi. No, la questione non si pone così nella realtà.

Ecco come si pone la questione: siccome il ritmo del movimento rivoluzionario mondiale si è rallentato e in Occidente il socialismo non ha ancora riportato la vittoria, mentre il proletariato dell’URSS ha nelle sue mani il potere, lo consolida di anno in anno, raggruppa attorno a sé le masse fondamentali dei contadini, ha già conseguito dei seri risultati sul fronte della costruzione socialista e rafforza con successo i suoi legami di amicizia con i proletari e con i popoli oppressi di tutti i paesi, vi sono forse motivi per negare che il proletariato dell’URSS può vincere la propria borghesia e continuare la vittoriosa costruzione del socialismo nel nostro paese, nonostante l’accerchiamento capitalista?

Ecco come si pone la questione oggi, naturalmente se non ci si basa su fantasie, come fa il blocco di opposizione, ma si tiene conto del rapporto effettivo delle forze sul fronte della lotta tra il socialismo e il capitalismo.

A questa questione il partito risponde che il proletariato dell’URSS è in grado, in simili condizioni, di vincere la propria borghesia “nazionale” e di costruire con successo l’economia socialista.

L’opposizione, invece, dice che

 

“senza l’appoggio diretto del proletariato europeo al potere,[C.vo di G. St.] la classe operaia della Russia non potrà né mantenersi al potere, né trasformare il suo dominio provvisorio in una dittatura socialista durevole” (vedi Trotzki, La nostra rivoluzione, p. 278).

 

Qual è il significato di questo passo di Trotzki e che cosa significa “appoggio del proletariato europeo al potere”? Significa che senza la vittoria preliminare del proletariato in Occidente, senza la preliminare conquista del potere da parte del proletariato dell’Occidente, il proletariato dell’URSS non solo non può vincere la propria borghesia e costruire il socialismo, ma non può neppure mantenersi al potere.

Ecco come si pone la questione ed ecco qual è la radice delle nostre divergenze.

In che cosa questa posizione di Trotzki differisce dalla posizione del menscevico Otto Bauer? In nulla, purtroppo.

  

8. Le probabilità di vittoria

Ottava questione. Va bene, dice l’opposizione, ma chi ha maggiori probabilità di vittoria : il proletariato dell’URSS o il proletariato mondiale?

 

“Si può forse immaginare - dice Trotzki nel suo discorso alla XV Conferenza del PC(b) dell’URSS - che per 30-50 anni il capitalismo europeo continuerà a imputridire mentre il proletariato si dimostrerà incapace di compiere la rivoluzione? Io mi chiedo perché debbo accettare questa premessa, la quale non si può definire altrimenti che come una premessa suggerita da un nero, infondato pessimismo nei confronti del proletariato europeo?... Affermo che non vi è nessun motivo teorico o politico che mi possa far credere che sia più facile a noi costruire il socialismo assieme ai contadini che al proletariato europeo prendere il potere”. (vedi discorso di Trotzki alla XV Conferenza del PC(b) dell’URSS).

 

In primo luogo bisogna scartare senz’altro la prospettiva di una stagnazione in Europa “per 30-50 anni”. Nessuno ha costretto Trotzki a muovere da questa prospettiva della rivoluzione proletaria nei paesi capitalisti dell’Occidente, prospettiva che non ha nulla di comune con quella del nostro partito. Trotzki si è vincolato con questa prospettiva da lui inventata e deve rispondere egli stesso delle conseguenze di una simile operazione. Io ritengo che queste scadenze debbono essere ridotte per lo meno della metà, se si vuol dare una reale prospettiva della rivoluzione proletaria in Occidente.

In secondo luogo Trotzki decide senz’altro che i proletari dell’Occidente hanno probabilità molto maggiori di vincere la borghesia mondiale, la quale si trova attualmente al potere, di quanto non ne abbia il proletariato dell’URSS di vincere la propria borghesia “nazionale”, la quale politicamente è già sbaragliata, cacciata via dai posti di comando dell’economia nazionale, e dal punto di vista economico è costretta ad indietreggiare sotto la pressione della dittatura del proletariato e delle forme. socialiste della nostra economia.

Ritengo che una tale impostazione della questione sia sbagliata. Ritengo che, impostando la questione in questo modo, Trotzki si smaschera completamente. Non ci dicevano forse la stessa cosa i menscevichi nell’ottobre 1917, quando gridavano ai quattro venti che i proletari dell’Occidente avevano probabilità molto maggiori di rovesciare la borghesia e di conquistare il potere di quante non ne avessero i proletari della Russia, dove la tecnica era poco sviluppata e il proletariato poco numeroso? E non è forse un fatto che, nonostante le geremiadi dei menscevichi, nell’ottobre del 1917 i proletari della Russia dimostrarono di avere più probabilità di prendere il potere e di rovesciare la borghesia che non i proletari dell’Inghilterra, della Francia o della Germania? Non ha forse la prassi della lotta rivoluzionaria nel mondo intero dimostrato e provato che non si può impostare la questione come la imposta Trotzki?

Chi ha maggiori probabilità di una rapida vittoria? La questione non si risolve contrapponendo il proletariato di un paese al proletariato degli altri paesi, oppure i contadini del nostro paese al proletariato degli altri paesi. Una simile contrapposizione altro non è che un gioco infantile. La reale situazione internazionale, il reale rapporto delle forze sul fronte della lotta tra il capitalismo e il socialismo decideranno la questione: chi ha maggiori probabilità di una rapida vittoria? Può anche accadere che i proletari dell’Occidente vincano la propria borghesia e conquistino il potere prima che noi abbiamo avuto il tempo di costruire le fondamenta socialiste della nostra economia. Questo non è affatto da escludere. Però può anche accadere che il proletariato dell’URSS riesca a costruire le fondamenta socialiste della nostra economia prima che i proletari dell’Occidente abbiano rovesciato la loro borghesia. Anche questo non è da escludere.

La soluzione del problema delle probabilità di una rapida vittoria dipende qui dalla situazione reale sul fronte della lotta tra il capitalismo e il socialismo, e soltanto da questa situazione.

 

 9. Divergenze pratico-politiche

Queste sono le basi delle nostre divergenze.

Di qui scaturiscono le divergenze di carattere pratico-politico, sia nel campo della politica estera e interna, sia nel campo puramente di partito. Queste divergenze sono l’oggetto della nona questione.

a) Il partito, basandosi sulla stabilizzazione parziale del capitalismo, ritiene che ci troviamo in un periodo fra due rivoluzioni, che noi, nei paesi capitalisti, andiamo verso la rivoluzione e che il compito fondamentale dei partiti comunisti consiste nell’aprirsi la strada verso le masse, nel rafforzare i legami con le masse, nel prendere nelle proprie mani le organizzazioni di massa del proletariato e nel preparare le larghe masse operaie alle battaglie rivoluzionarie future.

Invece l’opposizione, non avendo fiducia nelle forze interne della nostra rivoluzione e temendo la stabilizzazione parziale del capitalismo come un fatto che potrebbe portare alla rovina la nostra rivoluzione, ritiene (o riteneva) possibile negare la stabilizzazione parziale del capitalismo, ritiene (o riteneva) lo sciopero inglese (18) un indizio della fine della stabilizzazione del capitalismo, e quando è risultato, tuttavia, che la stabilizzazione è un dato di fatto, l’opposizione dice: tanto peggio per i fatti, affermando che si possono scavalcare i fatti e sbandierando nello stesso tempo parole d’ordine chiassose sulla revisione della tattica del fronte unico, sulla rottura col movimento sindacale in Occidente, ecc.

 

18. Allo sciopero generale degli operai inglesi, che durò dal 3 al 12 maggio 1926, parteciparono oltre cinque milioni di operai organizzati di tutti i rami più importanti dell’industria e dei trasporti. Sulle cause dello sciopero e del suo fallimento, vedi Stalin, Opere, ed. cit., vol. 8 pp. 196-210.

 

Ma che cosa significa non tenere conto dei fatti, del corso obiettivo degli avvenimenti? Significa abbandonare il terreno della scienza e mettersi sul terreno della ciarlataneria.

Di qui l’avventurismo nella politica del blocco di opposizione.

b) Muovendo dalla premessa che l’industrializzazione è la strada maestra per l’edificazione socialista e che il mercato interno del nostro paese è il mercato principale per l’industria socialista, il partito ritiene che l’industrializzazione deve svilupparsi sulla base del continuo miglioramento della situazione materiale della massa fondamentale dei contadini (senza parlare poi degli operai); che l’alleanza tra l’industria e l’economia contadina, tra il proletariato e i contadini, e la funzione dirigente del proletariato in questa alleanza, sono, come si esprime Lenin, “l’alfa e l’omega del potere sovietico”(19) e della vittoria della nostra costruzione; che, di conseguenza, la nostra politica in generale, la politica tributaria e dei prezzi in particolare, devono essere orientate in modo da favorire gli interessi di questa alleanza.

 

19. Vedi Lenin Opere vol. 32 Ed. Riuniti (1967) pag. 302

 

L’opposizione, però, non avendo fiducia nella possibilità di attirare i contadini nell’opera di costruzione del socialismo e ritenendo, evidentemente, che l’industrializzazione possa essere effettuata a danno della massa fondamentale dei contadini, scivola sulla via dei metodi capitalisti di industrializzazione, sulla via che porta a considerare la massa contadina una “colonia”, un oggetto di “sfruttamento” da parte dello stato proletario, e propone dei provvedimenti per l’industrializzazione (aumento della pressione tributaria sui contadini, aumento dei prezzi di vendita delle merci industriali, ecc.) che sono soltanto atti a scindere l’alleanza tra l’industria e l’economia contadina, a minare la situazione economica dei contadini poveri e medi, e a distruggere le basi stesse dell’industrializzazione.

Di qui l’atteggiamento negativo dell’opposizione verso l’idea del blocco tra il proletariato e i contadini e dell’egemonia del proletariato in questo blocco, che è un atteggiamento tipico della socialdemocrazia.

 c) Noi muoviamo dalla premessa che il partito, il partito comunista, è lo strumento fondamentale della dittatura del proletariato, che la direzione di un solo partito, che non condivide e non può condividere questa direzione con altri partiti, costituisce quella condizione fondamentale senza la quale è inconcepibile una dittatura del proletariato più o meno duratura e sviluppata. Perciò noi riteniamo inammissibile l’esistenza di frazioni all’interno del nostro partito, poiché è ovvio che l’esistenza di frazioni organizzate all’interno del partito porta alla frantumazione del partito unico in organizzazioni parallele, alla formazione di embrioni e di cellule di un nuovo partito o di nuovi partiti nel paese e, quindi, alla disgregazione della dittatura del proletariato.

Ma l’opposizione, pur senza muovere aperte obiezioni contro questi principi, tuttavia nella sua attività pratica parte dalla necessità di indebolire l’unità del partito, dalla necessità della libertà delle frazioni all’interno del partito, e quindi dalla necessità di creare gli elementi per un nuovo partito.

Di qui la politica scissionista nell’attività pratica del blocco d’opposizione.

Di qui gli strilli dell’opposizione sul “regime” nel partito, che sono, in sostanza, il riflesso delle proteste degli elementi non proletari nel paese contro il regime della dittatura del proletariato.

Di qui la questione dei due partiti.

Queste sono, compagni, tutto sommato, le nostre divergenze con l’opposizione.

 

IV

L’opposizione al lavoro

Passiamo ora a considerare come si sono manifestate queste divergenze nel lavoro pratico.

Come si presentava, dunque, in realtà, la nostra opposizione nel suo lavoro pratico, nella sua lotta contro il partito?

È noto che l’opposizione agiva non solo nel nostro partito, ma anche in altre sezioni dell’Internazionale Comunista, per esempio in Germania, in Francia, ecc. Perciò la questione deve essere posta così: quale era in realtà l’attività pratica dell’opposizione e dei suo seguaci sia nel PC(b) dell’URSS, sia nelle altre sezioni dell’Internazionale Comunista?

a) L’attività pratica dell’opposizione e dei suoi seguaci nel PC(b) dell’URSS. L’opposizione iniziò il suo “lavoro” sollevando contro il partito gravissime accuse. Dichiarò che il partito “stava scivolando sui binari dell’opportunismo”. Affermò che la politica del partito “muoveva in senso opposto alla linea di classe della rivoluzione”. Affermò che il partito stava degenerando e andava verso un termidoro. Dichiarò che il nostro stato è “ben lungi dall’essere uno stato proletario”. Tutto questo venne affermato o in dichiarazioni aperte e in discorsi dei rappresentanti dell’opposizione (sessione plenaria del Comitato Centrale e della Commissione centrale di controllo del 1926), oppure in documenti clandestini dell’opposizione diffusi dai suoi sostenitori.

Ma, sollevando contro il partito queste gravi accuse, l’opposizione creava il terreno favorevole all’organizzazione in seno al partito di nuove cellule parallele a quelle esistenti, all’organizzazione di un nuovo centro parallelo del partito, alla formazione di un nuovo partito. Uno dei partigiani dell’opposizione, il signor Ossovski, dichiarava apertamente nei suoi articoli che l’attuale partito, il nostro partito, difende gli interessi dei capitalisti, che perciò è necessario organizzare un nuovo partito, “un partito puramente proletario”, che dovrebbe vivere e agire accanto al partito già esistente.

L’opposizione potrebbe dire che essa non risponde dell’atteggiamento di Ossovski. Ma ciò è sbagliato. Essa è completamente e interamente responsabile delle “gesta” del signor Ossovski. È noto che Ossovski si è dichiarato apertamente un seguace dell’opposizione, cosa che l’opposizione non ha mai tentato di contestare. È noto inoltre che alla sessione plenaria di luglio del CC Trotzki ha difeso Ossovski contro il compagno Molotov. È noto, infine, che nonostante l’opinione unanime del partito su Ossovski, l’opposizione ha votato nel CC contro l’espulsione di Ossovski dal partito. Tutto questo dimostra che l’opposizione si è assunta la responsabilità morale delle “gesta” di Ossovski.

Conclusione: l’attività pratica dell’opposizione nel PC(b) dell’URSS si è manifestata nella posizione assunta da Ossovski, nella posizione di costui circa la necessità di costituire nel nostro paese un nuovo partito, parallelo al PC(b) dell’URSS e ad esso contrario.

Non avrebbe potuto essere altrimenti poiché uno dei due:

o l’opposizione, sollevando quelle gravi accuse contro il partito, non credeva essa stessa nella serietà delle accuse e le sollevava soltanto dimostrativamente; nel qual caso essa induceva in errore la classe operaia, il che è criminale;

oppure l’opposizione credeva e continua a credere nella fondatezza delle sue accuse e in questo caso essa avrebbe dovuto avere, e effettivamente aveva, lo scopo di sconfiggere i quadri dirigenti del partito, di costituire un nuovo partito.

Ecco qual era, nell’ottobre 1926, la fisionomia della nostra opposizione nella sua attività pratica contro il PC(b) dell’URSS.

b) L’attività pratica dei seguaci dell’opposizione nel Partito comunista tedesco. Partendo dalle accuse contro il partito mosse dalla nostra opposizione, in Germania gli “ultrasinistri”, con alla testa il signor Korsch, hanno tirato le loro conclusioni “ulteriori” e messo i puntini sulle i. È noto che Korsch, questo ideologo degli “ultrasinistri” in Germania, afferma che la nostra industria socialista è “una industria prettamente capitalista”. È noto che Korsch chiama il nostro partito partito “kulakizzato”, e l’Internazionale Comunista un’organizzazione “opportunistica”. È noto inoltre che di  conseguenza Korsch sta predicando la necessità di una “nuova rivoluzione” contro il potere esistente nell’URSS.

L’opposizione potrebbe dire che essa non risponde dell’atteggiamento di Korsch. Ma ciò è sbagliato. L’opposizione è completamente, interamente responsabile delle “gesta” del signor Korsch. Le cose che Korsch dice sono la naturale conclusione di quello che i capi della nostra opposizione hanno insegnato ai loro seguaci sotto forma delle note accuse contro il partito. Poiché, se il partito scivola sui binari dell’opportunismo, se la sua politica muove in senso opposto alla linea di classe della rivoluzione, se il partito sta degenerando e va verso un termidoro, e il nostro stato “è ben lungi dall’essere uno stato proletario”, allora la conclusione può essere una sola: una nuova rivoluzione contro il potere “kulakizzato”. Inoltre è noto che gli “ultrasinistri” in Germania, inclusi i weddinghiani,(20) hanno votato contro l’espulsione di Korsch dal partito, assumendosi così la responsabilità morale della propaganda controrivoluzionaria di Korsch. E chi non sa che gli “ultrasinistri” appoggiano l’opposizione nel PC(b) dell’URSS?

 

20. Weddinghiani: uno dei gruppi di “ultrasinistra” del Partito comunista tedesco, esistente nell’organizzazione del partito di Wedding, quartiere nord-occidentale di Berlino. I dirigenti dell’“opposizione weddinghiana” erano solidali col blocco di opposizione trotzkista-zinovievista del PC(b) dell’URSS. La settima sessione plenaria allargata del CE dell’IC condannò recisamente 1’“opposizione weddinghiana”, esigendo che essa desistesse da qualsiasi attività frazionista, rompesse ogni rapporto con gli elementi espulsi dal Partito comunista tedesco e ad esso ostili, e si sottomettesse senza riserve alle decisioni del PCT e dell’Internazionale Comunista.

 

c) L’attività pratica dei seguaci dell’opposizione in Francia. Lo stesso deve dirsi dei seguaci dell’opposizione in Francia. Parlo di Souvarine e del suo gruppo, che collaborano a un noto periodico in Francia. Partendo dalle premesse che la nostra opposizione ha formulato con le sue accuse contro il partito, Souvarine giunge alla conclusione che il nemico fondamentale della rivoluzione è la burocrazia del partito, il vertice dirigente del nostro partito. Souvarine afferma che la “salvezza” risiede in una cosa sola: in una nuova rivoluzione contro il vertice dirigente del partito e del potere, in una nuova rivoluzione anzitutto contro la segreteria del CC del PC(b) dell’URSS. Là, in Germania, “nuova rivoluzione” contro il potere esistente nell’URSS. Qui, in Francia, “nuova rivoluzione” contro la segreteria del CC. Ma come organizzare questa nuova rivoluzione? Si può, forse, organizzarla senza un partito apposito, adeguato agli scopi della nuova rivoluzione? Certo, non si può. Di qui la questione di creare un nuovo partito.

L’opposizione potrebbe dire che essa non risponde degli scritti di Souvarine. Ma ciò è sbagliato. È noto, anzitutto, che Souvarine e il suo gruppo sono fautori dell’opposizione, particolarmente della sua parte trotzkista. È noto, in secondo luogo, che ancora recentemente l’opposizione si prefiggeva di sistemare il signor Souvarine nella redazione dell’organo centrale del Partito comunista francese. È vero che questo progetto fallì. Non però per colpa della nostra opposizione, ma per sua disgrazia.

In tal modo, risulta che l’opposizione nella sua attività pratica - se la si prende non come essa stessa si dipinge, ma come si manifesta nel corso del suo lavoro sia da noi, nell’URSS, che in Francia e in Germania - risulta, dico, che l’opposizione nella sua attività pratica si appresta a sbaragliare i quadri esistenti nel nostro partito ed a costituire un nuovo partito.

 

V

Perciò i nemici della dittatura del proletariato lodano l’opposizione?

Perché lodano i socialdemocratici e i cadetti l’opposizione?

Oppure, in altre parole, di chi l’opposizione riflette gli stati d’animo?

Vi siete probabilmente accorti che la cosiddetta “questione russa” è diventata in questi ultimi tempi una questione d’attualità per la stampa socialdemocratica e borghese dell’Occidente. È forse una cosa casuale? Certamente no. Il progresso del socialismo nell’URSS e lo sviluppo del movimento comunista in Occidente non possono non suscitare la massima preoccupazione nelle file della borghesia e dei suoi agenti nella classe operaia, i capi socialdemocratici. Lo spartiacque fra la rivoluzione e la controrivoluzione passa ora lungo la linea dell’odio malvagio degli uni e della fraterna amicizia degli altri nei confronti del partito proletario dell’URSS. La grandissima importanza internazionale della “questione russa” rappresenta ora un fatto del quale i nemici del comunismo non possono più non tenere conto.

Due fronti si sono costituiti attorno alla “questione russa”: il fronte degli avversari della Repubblica dei Soviet e il fronte dei suoi amici devoti. Che cosa vogliono gli avversari della Repubblica dei Soviet? Essi cercano di creare tra le larghe masse della popolazione le premesse ideologiche e morali per la lotta contro la dittatura del proletariato. Che cosa vogliono gli amici della Repubblica dei Soviet? Essi cercano di creare tra vasti strati del proletariato le premesse ideologiche e morali per l’appoggio, per la difesa della Repubblica dei Soviet.

Vediamo ora per quale motivo i socialdemocratici e i cadetti dell’emigrazione borghese russa elogiano la nostra opposizione.

Ecco che cosa dice, per esempio, Paul Levi, noto capo socialdemocratico in Germania:

 

“Noi eravamo dell’opinione che gli interessi particolari degli operai, del socialismo in fin dei conti, sono in contraddizione con l’esistenza della proprietà contadina, che l’identità degli interessi degli operai e dei contadini non è che apparenza, e che l’ulteriore sviluppo della rivoluzione russa avrebbe inasprito e reso più evidente questa contraddizione. Noi ritenevamo che l’idea della comunanza di interessi fosse una variante dell’idea della coalizione. Se in generale il marxismo possiede almeno l’ombra della fondatezza, se la storia si sviluppa dialetticamente, questa contraddizione avrebbe dovuto infrangere l’idea della coalizione in Russia, nello stesso modo in cui essa è già stata infranta in Germania... Per noi, che guardiamo gli avvenimenti nell’URSS dall’esterno, dall’Europa occidentale, è chiaro che le nostre opinioni coincidono con le opinioni dell’opposizione... È un fatto innegabile che in Russia sta cominciando di nuovo un movimento indipendente anticapitalista sotto il segno della lotta di classe” (Leipziger Volkszeitung, 30 luglio 1926).

 

Che qui, in questo passo, domini la confusione circa l’“identità” di interessi degli operai e dei contadini è evidente. Ma che Paul Levi lodi la nostra opposizione per la sua lotta contro l’idea del blocco degli operai e dei contadini, contro l’idea dell’alleanza degli operai e dei contadini è altrettanto indubbio.

Ecco quel che dice della nostra opposizione il famigerato Dan, capo della socialdemocrazia “russa”, capo di quei menscevichi “russi” che si adoperano per restaurare il capitalismo nell’URSS:

 

“Con la sua critica al regime esistente, che ripete quasi parola per parola la critica della socialdemocrazia, l’opposizione bolscevica prepara le menti... ad assimilare la piattaforma positiva della socialdemocrazia”.

 

E più avanti:

 

“L’opposizione coltiva non solo nelle masse operaie, ma anche nell’ambiente degli operai comunisti germi di idee e stati d’animo che, grazie a cure sapienti, possono facilmente dare frutti socialdemocratici(Sozialisticeski Viestnik, n. 17-18).

  

È chiaro mi pare.

Ed ecco quel che scrive sulla nostra opposizione l’organo centrale del partito controrivoluzionario borghese di Miliukov, le Poslednie Novosti:(21)

 

“Oggi l’opposizione scalza la dittatura, ogni sua nuova pubblicazione proferisce parole sempre più “terribili”, l’opposizione stessa sta compiendo un’evoluzione verso attacchi sempre più aspri contro il sistema vigente e, per il momento, ciò è sufficiente per accoglierla con gratitudine in quanto portavoce di larghi strati della popolazione politicamente malcontenta” (Poslednie Novosti, n. 1990).

 

21. Poslednie novosti (Ultime notizie): giornale quotidiano, organo centrale del partito controrivoluzionario borghese di Miliukov; si pubblicò a Parigi dall’aprile 1920 al luglio 1940.

 

 

E ancora:

 

“Il nemico più temibile per il potere sovietico è attualmente quello che gli si avvicina strisciando inavvertito, l’avvolge da tutte le parti con i suoi tentacoli e lo liquida prima che si sia accorto di essere stato liquidato. Proprio questa funzione, inevitabile e necessaria nel periodo di preparazione dal quale non siamo ancora usciti, viene adempiuta dall’opposizione sovietica” (Poslednie Novosti, n. 1983, 27 agosto c.a.).

 

Ritengo che ogni commento sia superfluo.

Mi limito soltanto a queste citazioni per mancanza di tempo, ma si sarebbero potuti citare decine e centinaia di passi simili.

Ecco perché i socialdemocratici e i cadetti lodano la nostra opposizione.

È forse accidentale questo? No, non lo è.

 

Di qui si vede come l’opposizione rifletta non lo stato d’animo del proletariato del nostro paese, bensì gli stati d’animo degli elementi non proletari, malcontenti della dittatura del proletariato e inaspriti contro questa dittatura, di cui aspettano con impazienza la disgregazione, la caduta.

In tal modo, la logica della lotta frazionista della nostra opposizione ha portato, in realtà, al fatto che il fronte della nostra opposizione si è obiettivamente fuso col fronte degli avversari e dei nemici della dittatura del proletariato.

Voleva questo l’opposizione? Probabilmente non lo voleva. Ma qui non si tratta di quello che vuole l’opposizione, ma di quello a cui la sua lotta frazionista la porta obiettivamente. La logica della lotta frazionista è più forte dei desideri di questi o quegli uomini. Ed è appunto per questo che le cose sono andate a finire così, che il fronte dell’opposizione si è fuso, in realtà, col fronte degli avversari e dei nemici della dittatura del proletariato.

Lenin ci ha insegnato che il dovere fondamentale dei comunisti consiste nel difendere e rafforzare la dittatura del proletariato. E le cose sono andate in modo che l’opposizione, a causa della sua politica frazionista, è andata a finire nel campo degli avversari della dittatura del proletariato.

Ecco perché diciamo che l’opposizione ha rotto col leninismo non solo nella teoria, ma anche nella pratica.

E non poteva essere diversamente. Il rapporto delle forze sul fronte della lotta tra il capitalismo e il socialismo è tale che nelle file della classe operaia oggi è possibile soltanto una delle due politiche: o la politica del comunismo, o la politica del socialdemocratismo. Il tentativo dell’opposizione di occupare una terza posizione inasprendo la lotta contro il PC(b) dell’URSS doveva inevitabilmente finire con la caduta dell’opposizione, durante lo svolgimento stesso della lotta frazionista, nel campo degli avversari del leninismo.

Così appunto è accaduto, come si vede dai fatti citati.

Ecco perché i socialdemocratici e i cadetti elogiano l’opposizione.

VI

La sconfitta del blocco d’opposizione

Ho detto prima che nella sua lotta l’opposizione è ricorsa ad accuse gravissime contro il partito. Ho detto che nella sua attività pratica l’opposizione è giunta al punto di porre il problema della scissione e della costituzione di un nuovo partito. Di qui la domanda: per quanto tempo l’opposizione è riuscita a mantenersi su questa posizione scissionista? I fatti dicono che essa è riuscita a mantenersi su questa posizione soltanto per alcuni mesi. I fatti dicono che all’inizio dell’ottobre scorso l’opposizione si è vista costretta a riconoscere la propria sconfitta e a compiere una ritirata.

Da che cosa è stata provocata la ritirata dell’opposizione? Ritengo che la ritirata dell’opposizione sia stata determinata dalle seguenti ragioni.

In primo luogo, dal fatto che nell’URSS l’opposizione risultò essere priva di un suo esercito politico. È possibilissimo che costruire un nuovo partito sia un compito entusiasmante. Però, se dopo la discussione risulta che manca al nuovo partito la gente con cui costruirlo, è chiaro che la ritirata rappresenta l’unica via d’uscita.

In secondo luogo, dal fatto che nel corso della lotta frazionista hanno aderito all’opposizione loschi elementi di ogni specie, sia da noi, nell’URSS, sia all’estero, e che i socialdemocratici e i cadetti si sono messi a elogiarla a tutto spiano coprendola di vergogna e di obbrobrio agli occhi degli operai con i loro abbracci. All’opposizione è rimasta la scelta: o accettare come meritati questi elogi, questi abbracci dei nemici, oppure fare una brusca giravolta per ritirarsi, affinché gli sporchi brandelli che le si erano appiccicati addosso si staccassero automaticamente. Dopo essersi ritirata e aver ammesso la propria ritirata, l’opposizione ha riconosciuto che la seconda via d’uscita era l’unica accettabile.

In terzo luogo, dalla circostanza che la posizione dell’URSS si è rivelata migliore di quel che non supponesse l’opposizione, e che le masse del partito si sono mostrate più coscienti e compatte di quanto non sembrasse all’opposizione all’inizio della lotta. Certo, se nel paese vi fosse stata una crisi, se il malcontento degli operai fosse stato in aumento e se il partito avesse dato prova di minor compattezza, l’opposizione avrebbe seguito una via diversa e non si sarebbe decisa alla ritirata. Ma i fatti hanno dimostrato che i calcoli dell’opposizione sono falliti anche in questo campo.

Di qui la sconfitta dell’opposizione.

Di qui la sua ritirata.

La sconfitta dell’opposizione ha attraversato tre fasi.

Prima fase: “dichiarazione” dell’opposizione del 16 ottobre 1926. Con questo documento l’opposizione ha rinunciato alla teoria e alla pratica della libertà di frazioni e ai metodi frazionisti di lotta, riconoscendo apertamente e inequivocabilmente i propri errori in questo campo. Ma non solo a questo l’opposizione ha rinunciato. Siccome si è differenziata, nella sua “dichiarazione”, dall’“opposizione operaia” e dai vari Korsch e Souvarine, essa ha con ciò stesso rinunciato anche a quelle sue posizioni ideologiche che ancora recentemente l’avvicinavano a queste correnti.

Seconda fase: ritiro di fatto delle accuse che l’opposizione aveva di recente mosso al partito. Bisogna riconoscere e, quindi, sottolineare che l’opposizione non si è azzardata a ripetere le sue accuse contro il partito alla XV Conferenza del PC(b) dell’URSS. Se confrontiamo i verbali della sessione plenaria di luglio del Comitato Centrale e della Commissione centrale di controllo con quelli della XV Conferenza del PC(b) dell’URSS, non si può non rilevare che non è rimasta traccia delle vecchie accuse di opportunismo, di termidorismo, di abbandono della linea di classe della rivoluzione, ecc. Se, inoltre, teniamo conto della circostanza che numerosi delegati hanno interrogato l’opposizione circa le vecchie accuse, e l’opposizione ha continuato a serbare sull’argomento un silenzio ostinato, non si può non riconoscere che l’opposizione ha rinunciato in realtà alle sue vecchie accuse contro il partito.

Si può qualificare questa circostanza come una rinuncia di fatto, da parte dell’opposizione, a molte delle sue posizioni  ideologiche? Si può e si deve. Questo significa per l’opposizione ammainare coscientemente la propria bandiera di fronte alla sconfitta. Non poteva essere altrimenti. Le accuse erano state mosse perché si contava di costituire un nuovo partito. Ma, una volta fallito questo calcolo, dovevano cadere, almeno temporaneamente, anche le accuse.

Terza fase: il completo isolamento dell’opposizione alla XV Conferenza del PC(b) dell’URSS. Occorre rilevare che l’opposizione non ha ottenuto alla XV Conferenza nemmeno un voto, e che è venuta a trovarsi in tal modo completamente isolata. Pensate al chiasso e fracasso sollevati dall’opposizione alla fine del settembre scorso, quando partì in guerra, in guerra aperta, contro il partito, e paragonate quel chiasso col fatto che l’opposizione è rimasta alla XV Conferenza, come si suol dire, al singolare, e capirete che non si poteva augurare all’opposizione una “migliore” sconfitta.

Si può forse negare che l’opposizione abbia ritirato di fatto le sue accuse contro il partito, non si sia azzardata a ripeterle alla XV Conferenza, nonostante le richieste dei delegati?

No, non si può negare, perché è un dato di fatto.

Perché, dunque, l’opposizione si è messa su questa strada, perché ha ammainato la sua bandiera?

Perché lo spiegamento della bandiera ideologica dell’opposizione significa, necessariamente e inevitabilmente, la teoria dei due partiti, significa incoraggiare i vari Katz, Korsch, Maslov, Souvarine e altri loschi elementi, e scatenare le forze antiproletarie nel nostro paese, significa abbracci ed elogi dei socialdemocratici e dei borghesi liberali dell’emigrazione russa.

La bandiera ideologica dell’opposizione uccide l’opposizione, questo è il punto, compagni.

Perciò, per non marcire definitivamente, l’opposizione si è vista costretta ad indietreggiare e a gettare via la propria bandiera.

In questo sta la base della sconfitta del blocco d’opposizione.

 

VII

Il significato e l’importanza pratica della XV Conferenza del PC(b) dell’URSS

Sto per terminare, compagni. Mi rimangono da dire alcune parole sulle conclusioni relative al significato e all’importanza delle decisioni della XV Conferenza del PC(b) dell’URSS.

La prima conclusione è che la conferenza ha tirato le somme della lotta all’interno del partito dopo il XIV Congresso, ha formalmente sancito la vittoria riportata dal partito sull’opposizione e, isolata l’opposizione, ha messo fine alla lotta farraginosa tra le frazioni, che l’opposizione nel periodo precedente aveva imposto al nostro partito.

La seconda conclusione è che la conferenza ha reso il nostro partito più compatto che mai sulla base della prospettiva socialista della nostra costruzione, sulla base dell’idea della lotta per la vittoria della costruzione socialista, contro tutte le correnti di opposizione e tutte le deviazioni nel nostro partito.

Questione di grandissima attualità per il nostro partito è oggi quella della costruzione del socialismo nel nostro paese. Lenin aveva ragione quando diceva che il mondo intero ci sta guardando, sta guardando all’edificazione della nostra economia, ai nostri successi sul fronte dell’edificazione. Ma per ottenere successi su questo fronte è necessario che lo strumento fondamentale della dittatura del proletariato, il nostro partito, sia pronto per quest’opera, che esso sia conscio dell’importanza di questo compito e possa fungere da leva per la vittoria della costruzione socialista nel nostro paese. Il significato e l’importanza della XV Conferenza consistono nel fatto che essa ha formalmente coronato l’opera che consiste nell’armare il nostro partito dell’idea della vittoria della costruzione socialista nel nostro paese.

La terza conclusione è che la conferenza ha dato un colpo deciso a ogni tentennamento ideologico nel nostro partito e ha facilitato così il completo trionfo del leninismo nel PC(b) dell’URSS.

Se la sessione plenaria allargata del Comitato esecutivo dell’Internazionale Comunista approverà le decisioni della XV Conferenza del PC(b) dell’URSS e riconoscerà giusta la politica del nostro partito nei confronti dell’opposizione, cosa di cui non ho motivi per dubitare, ciò porterà ad una quarta conclusione, vale adire che la XV Conferenza ha creato determinate condizioni di non lieve importanza, necessarie per il trionfo del leninismo in tutta l’Internazionale Comunista, nelle file del proletariato rivoluzionario di tutti i paesi e di tutti i popoli. (Applausi fragorosi).

 

 

Discorso di chiusura

13 dicembre

I

Osservazioni varie

 

1. Ci occorrono fatti, non calunnie e pettegolezzi

Compagni! Prima di passare alla sostanza della questione, permettetemi di fare alcune rettifiche concrete alle dichiarazioni dell’opposizione, dichiarazioni le quali o travisano i fatti, o sono calunnie e pettegolezzi.

1. La prima questione riguarda gli interventi dell’opposizione alla sessione plenaria allargata del Comitato esecutivo dell’Internazionale Comunista. L’opposizione ha dichiarato che si era decisa ad intervenire perché il CC del PC(b) dell’URSS non aveva indicato in modo esplicito che l’intervento dell’opposizione avrebbe potuto violare la “dichiarazione” dell’opposizione del 16 ottobre 1926, e che se il CC le avesse proibito di intervenire, i suoi capi non si sarebbero decisi a prendere la parola.

L’opposizione ha dichiarato quindi che intervenendo qui, alla sessione plenaria allargata, essa avrebbe preso tutte le precauzioni per non inasprire la lotta, che essa si sarebbe limitata a delle semplici “spiegazioni”, che ad essa, dio non voglia, non passa neppure per la testa di sferrare un attacco contro il partito, che essa, dio non voglia, non ha nessuna intenzione di muovere accuse di qualsiasi genere contro il partito e di appellarsi contro le sue decisioni.

Tutto questo non è vero, compagni. Questo non corrisponde affatto alla realtà. Questa è ipocrisia da parte dell’opposizione. I fatti hanno dimostrato, e soprattutto l’ha dimostrato l’intervento di Kamenev, che gli interventi dei capi dell’opposizione alla sessione plenaria allargata sono stati non delle “spiegazioni”, bensì un attacco contro il partito, un’aggressione al partito.

Che cosa significa muovere apertamente al partito l’accusa di deviazione di destra? Significa muovere un attacco contro il partito, fare una sortita contro il partito.

Non aveva forse il CC del PC(b) dell’URSS indicato nella sua risoluzione che l’intervento dell’opposizione avrebbe inasprito la lotta, avrebbe dato una spinta alla lotta frazionista? Sì, lo aveva indicato. Appunto questo è stato l’ammonimento del CC del PC(b) dell’URSS all’opposizione. Poteva il CC andare oltre? No, non poteva. Perché? Perché il CC non poteva vietare l’intervento. Ogni membro del partito ha il diritto di fare appello ad un’istanza superiore contro una decisione del partito. Il CC non poteva non tener conto di questo diritto dei membri del partito. Quindi il CC del PC(b) dell’URSS ha fatto tutto ciò che era in suo potere per impedire che la lotta si inasprisse di nuovo, che si avesse di nuovo una recrudescenza della lotta frazionista.

I capi dell’opposizione, essendo nello stesso tempo membri del CC, avrebbero dovuto sapere che i loro interventi non potevano non assumere la forma di appello contro le decisioni del loro partito, di una sortita contro il partito, di un attacco contro il partito.

In questo modo gli interventi dell’opposizione, e in particolar modo l’intervento di Kamenev - che non è un intervento personale, ma l’intervento dell’intero blocco dell’opposizione, poiché il suo discorso, che egli lesse dalla prima all’ultima parola, era firmato da Trotzki, Kamenev e Zinoviev - rappresenta un punto di svolta nello sviluppo del blocco d’opposizione, dalla “dichiarazione” del 16 ottobre 1926, nella quale l’opposizione rinunciava ai metodi frazionisti di lotta, a una nuova fase di esistenza dell’opposizione, in cui essa torna nuovamente ai metodi frazionisti di lotta contro il partito.

Di qui la conclusione: l’opposizione ha violato la sua stessa “dichiarazione” del 16 ottobre 1926, tornando ai metodi  frazionisti di lotta.

Ne prendiamo atto. Non serve a nulla l’ipocrisia. Kamenev aveva ragione quando diceva che bisogna dire gatto al gatto. (Voci: “Giusto!”. “E porco al porco”).

2. Trotzki ha detto nel suo discorso che “Stalin dopo la rivoluzione di febbraio predicava una tattica sbagliata, che Lenin tacciava di deviazione kautskiana”.

Questo non è vero, compagni. Questo è un pettegolezzo. Stalin non “predicava” nessuna deviazione kautskiana. Che io abbia avuto certe esitazioni dopo il ritorno dalla deportazione, non l’ho mai nascosto e ne ho parlato io stesso nel mio opuscolo Sulla via dell’Ottobre. Ma chi di noi non ha avuto esitazioni passeggere? Quanto alla posizione di Lenin e le sue Tesi di aprile (22) del 1917, ed è appunto quello di cui si tratta qui, il partito sa benissimo che io allora mi ero schierato a fianco del compagno Lenin contro Kamenev e il suo gruppo, che allora lottavano contro le tesi di Lenin. Coloro che conoscono i verbali della Conferenza dell’aprile 1917 del nostro partito, non possono non sapere che io ero schierato al fianco di Lenin e lottavo assieme a lui contro l’opposizione di Kamenev.

 

22. Vedi Lenin, Sui compiti del proletariato nella rivoluzione attuale, in Lenin, Opere scelte, ed. cit., vol. II, pp. 7-11.

 

Il trucco qui consiste nel fatto che Trotzki mi ha confuso con Kamenev. (Ilarità. Applausi).

È esatto che Kamenev era allora all’opposizione contro Lenin, contro le sue tesi, contro la maggioranza del partito, e sviluppava un punto di vista confinante col difensismo. È esatto che Kamenev scriveva allora sulla Pravda, per esempio nel mese di marzo, articoli di carattere semidifensista, articoli dei quali io non sono, naturalmente, in nessun modo responsabile.

Il guaio di Trotzki è che egli ha confuso qui Stalin con Kamenev.

E dove era allora Trotzki, durante la Conferenza dell’aprile 1917, quando il partito lottava contro il gruppo di Kamenev? In quale partito militava egli allora: nel partito menscevico di sinistra oppure nel partito menscevico di destra? E perché mai non si trovava allora nelle file della sinistra di Zimmerwald?(23) Ce lo racconti dunque Trotzki, sia pure sulla stampa. Ma che egli non fosse allora nel nostro partito è un fatto che Trotzki dovrebbe ricordare.

3. Trotzki ha detto nel suo discorso che “nella questione nazionale Stalin ha commesso un errore abbastanza rilevante”. Quale errore e in quali circostanze, Trotzki non l’ha detto.

 

23. Sinistra di Zimmerwald: gruppo di internazionalisti di sinistra organizzato da Lenin alla prima conferenza mondiale degli internazionalisti, che si tenne dal 23 al 26 agosto (5-8 settembre) 1915 a Zimmerwald. In seno alla sinistra di Zimmerwald l’unica posizione giusta e coerente fino in fondo contro la guerra fu quella del partito bolscevico, diretto da Lenin. Sulla sinistra di Zimmerwald vedi Storia del PC(b) dell’URSS. Breve corso, Mosca, Edizioni in lingue estere, 1949, pp. 180-181.

 

Questo non è vero, compagni. Questi sono pettegolezzi. Io non ho mai avuto nessuna divergenza col partito o con Lenin sulla questione nazionale. Probabilmente Trotzki allude qui a un incidente insignificante, a quando il compagno Lenin prima del XII Congresso del nostro partito mi rimproverò di attenermi ad una politica organizzativa troppo severa nei riguardi dei seminazionalisti georgiani, dei semicomunisti della specie di Mdivani, il quale è stato recentemente nostro rappresentante commerciale in Francia, e disse che io li “perseguitavo”. Però i fatti successivi dimostrarono che i cosiddetti “deviazionisti”, gente della specie di Mdivani, meritavano in realtà di essere trattati più severamente di quanto li avevo trattati io come segretario del CC del nostro partito. Gli ulteriori avvenimenti dimostrarono che “i deviazionisti” sono una frazione del più aperto opportunismo in via di disgregazione. Dimostri dunque Trotzki che le cose non sono andate così. Lenin non conosceva e non poteva conoscere questi fatti perché era ammalato, costretto a letto, e non aveva la possibilità di seguire gli avvenimenti. Ma quale rapporto può avere quest’incidente insignificante  con la posizione di principio di Stalin? Evidentemente, Trotzki fa qui un pettegolezzo, un’allusione a chi sa quali “divergenze” tra me e il partito. Ma non è forse un fatto che l’intero CC, compreso Trotzki, votò all’unanimità per le tesi di Stalin sulla questione nazionale? Non è forse un fatto che questa votazione ebbe luogo dopo l’incidente Mdivani, prima del XII Congresso del nostro partito? Non è forse un fatto che relatore sulla questione nazionale al XII Congresso fu proprio Stalin e nessun altro? Dove sono, dunque, le “divergenze” sulla questione nazionale, e perché mai proprio Trotzki ha voluto menzionare questo incidente insignificante?

4. Kamenev ha dichiarato nel suo discorso che il XIV Congresso del nostro partito ha commesso un errore “aprendo il fuoco a sinistra”, cioè aprendo il fuoco contro l’opposizione. Ne risulterebbe che il partito avrebbe lottato e continuerebbe a lottare contro il nucleo rivoluzionario del partito. Ne risulterebbe che la nostra opposizione sarebbe di sinistra e non di destra.

Tutte queste sono sciocchezze, compagni. Sono pettegolezzi propagati dai nostri oppositori. Il XIV Congresso non si è mai sognato di aprire il fuoco contro la maggioranza rivoluzionaria, e del resto non poteva farlo. In realtà esso ha aperto il fuoco contro gli elementi di destra, contro i nostri oppositori, i quali sono un’opposizione di destra, anche se si ammantano con una toga di “sinistra”. Naturalmente l’opposizione è propensa a considerarsi una “sinistra rivoluzionaria”. Il XIV Congresso del nostro partito ha accertato, viceversa, che l’opposizione non fa che camuffarsi con frasi di “sinistra”, ma che essa è, in realtà, un’opposizione opportunistica. Sappiamo che l’opposizione di destra si maschera, spesso, con una toga di “sinistra” per indurre in errore la classe operaia. “L’opposizione operaia” si riteneva anch’essa più a sinistra di tutti, però in realtà si rivelò più a destra di tutti. L’opposizione attuale si ritiene anch’essa più a sinistra di tutti, però la prassi e tutta l’attività dell’attuale opposizione dimostrano che essa rappresenta il centro di attrazione e il focolaio di tutte le correnti opportunistiche di destra, cominciando dall’“opposizione operaia” e dal trotzkismo per finire con la “nuova opposizione” e i vari Souvarine.

Kamenev si è permesso di barare “un tantino” riguardo alla “sinistra” e alla “destra”.

5. Kamenev ha citato un passo delle opere di Lenin in cui si asserisce che noi non abbiamo ancora ultimato le fondamenta socialiste della nostra economia, e ha dichiarato che il partito commette un errore quando afferma che noi avremmo già ultimato le fondamenta socialiste della nostra economia.

Sono sciocchezze, compagni. È un meschino pettegolezzo di Kamenev. Finora il partito non ha mai dichiarato di avere già ultimato le fondamenta socialiste della nostra economia. Adesso la discussione non verte affatto attorno alla questione se noi abbiamo o non abbiamo ancora ultimato le fondamenta socialiste della nostra economia. Non è su questo che verte la discussione. Possiamo o non possiamo ultimare con le nostre proprie forze le fondamenta socialiste della nostra economia? È di questo che si discute. Il partito sostiene che noi abbiamo le possibilità di ultimare le fondamenta socialiste della nostra economia. L’opposizione lo nega, scivolando così sulla via del disfattismo e della capitolazione. Ecco su che cosa si discute attualmente. Kamenev, sentendo che la sua posizione è instabile, tenta di eludere la questione. Ma non ci riuscirà.

Ancora una volta Kamenev si è permesso di barare “un tantino”.

6. Trotzki ha dichiarato nel suo discorso di aver “anticipato la politica di Lenin nel marzo-aprile 1917”. Quindi risulterebbe che Trotzki ha “anticipato” le Tesi di aprile del compagno Lenin. Risulterebbe che Trotzki, già nel febbraio-marzo 1917, sarebbe giunto da solo alla politica sostenuta dal compagno Lenin nell’aprile-maggio 1917 nelle sue Tesi di aprile.

Permettetemi di dichiarare, compagni, che questa è una stupida, vergognosa millanteria. Trotzki che “anticipa” Lenin: è uno spettacolo di cui varrebbe la pena di ridere. I contadini hanno assolutamente ragione allorquando, in casi simili, dicono: “Hai paragonato una mosca ad una torre”. (Ilarità) Trotzki “che anticipa” Lenin... Provi un po’ Trotzki a farsi  avanti e a dimostrare questo sulla stampa. Perché non ha mai provato a farlo nemmeno una volta? Trotzki ha “anticipato” Lenin... Ma come si spiega allora il fatto che il compagno Lenin fin dal suo ritorno in Russia, nell’aprile 1917, ritenne necessario differenziare la sua posizione da quella di Trotzki? Come si spiega il fatto che l’“anticipato” ha ritenuto necessario sconfessare l’“anticipatore”? Non è forse un fatto che Lenin, nell’aprile 1917, dichiarò più volte di non avere niente a che fare con la formula-base di Trotzki: “via lo zar, governo operaio”? Non è forse un fatto che Lenin fin d’allora dichiarò parecchie volte di non avere niente a che fare con Trotzki, il quale tentava di saltare oltre il movimento contadino, oltre la rivoluzione agraria?

Dov’è, dunque, qui l’“anticipazione”?

Conclusione: ci occorrono fatti e non calunnie e pettegolezzi, mentre l’opposizione preferisce agire servendosi di calunnie e di pettegolezzi.

 

2. Perché i nemici della dittatura del proletariato elogiano l’opposizione

Ho detto nel mio rapporto che i nemici della dittatura del proletariato, i menscevichi e i cadetti dell’emigrazione russa, elogiano l’opposizione. Ho detto che essi elogiano l’opposizione per una attività che potrà minare l’unità del partito, e quindi la dittatura del proletariato. Ho fatto una serie di citazioni che dimostrano come i nemici della dittatura del proletariato elogiano l’opposizione proprio perché essa, con la sua attività, scatena le forze antiproletarie nel paese, cerca di screditare il nostro partito, di screditare la dittatura proletaria, e facilita così l’opera dei nemici della dittatura del proletariato.

In risposta a questo, Kamenev (e anche Zinoviev) si sono richiamati prima alla stampa capitalista dell’Occidente, la quale, vedi un po’, loderebbe il nostro partito e anche Stalin, poi hanno tirato in ballo lo smienoviekista Ustrialov,(24) rappresentante degli specialisti borghesi nel nostro paese, che si dichiara solidale con la posizione del nostro partito.

 

24. Smienoviekhisti: fautori di una corrente politica borghese sorta nel 1921 all’estero tra l’emigrazione borghese russa; trassero il loro nome dalla rivista Smiena Viekh (Cambio di direzione). Lo smienoviekhismo o rispecchiava le idee della nuova borghesia e dell’intellettualità borghese della Russia dei Soviet, che, in seguito all’introduzione della nuova politica economica, avevano rinunciato alla lotta armata aperta contro il potere sovietico, contando sulla graduale degenerazione del regime sovietico in una normale repubblica borghese. Ustrialov era l’ideologo dello smienoviekhismo.

 

Quanto ai capitalisti, esistono tra di essi grandi divergenze nei riguardi del nostro partito. Così, per esempio, recentemente la stampa americana ha fatto l’elogio di Stalin, il quale darebbe loro la possibilità di ottenere importanti concessioni. Ora, invece, coprono di ingiurie e attaccano Stalin in tutti i modi, affermando che egli, Stalin, li avrebbe “ingannati”. Una volta è apparsa nella stampa borghese una caricatura di Stalin che tiene in mano un secchio d’acqua e spegne l’incendio della rivoluzione. Ma in seguito, invece, è apparsa, come smentita, un’altra caricatura nella quale Stalin tiene in mano un secchio, però nel secchio invece di acqua c’è petrolio, e, vedete un po’, Stalin non spegne, bensì alimenta l’incendio della rivoluzione. (Applausi, ilarità).

Come vedete, fra di loro, fra i capitalisti, vi sono grandi divergenze circa la posizione del nostro partito, come pure circa la posizione di Stalin.

Passiamo a Ustrialov. Chi è Ustrialov? Ustrialov è il rappresentante degli specialisti borghesi e della nuova borghesia in generale. Egli è un nemico di classe del proletariato. Questo è indiscutibile. Ma vi sono nemici e nemici. Vi sono dei nemici di classe che non si rassegnano all’esistenza del potere sovietico e cercano di ottenerne il rovesciamento ad ogni costo. Vi sono anche dei nemici di classe che tollerano, in questo o quel modo, il potere sovietico. Vi sono dei nemici che cercano di preparare le condizioni favorevoli al rovesciamento della dittatura del proletariato. Sono questi i  menscevichi, i socialisti-rivoluzionari, i cadetti, ecc. Ma vi sono anche dei nemici che collaborano col potere sovietico e lottano contro coloro che sono del parere che si debba rovesciare il potere sovietico, perché sperano che la dittatura si indebolisca a poco a poco, degeneri gradatamente e, in seguito, vada incontro agli interessi della nuova borghesia. A quest’ultina categoria di nemici appartiene Ustrialov.

Perché Kamenev si è richiamato a Ustrialov? Forse per dimostrare che il nostro partito è degenerato e che Ustrialov elogia appunto per questo Stalin o il nostro partito in generale? Probabilmente non per questo, poiché Kamenev non si è deciso a dirlo apertamente. Perché allora Kamenev ha citato Ustrialov? Evidentemente per fare un’allusione alla “degenerazione”.

Però Kamenev ha dimenticato di dire che questo stesso Ustrialov ha elogiato ancora di più Lenin. Gli articoli di Ustrialov che elogiano Lenin sono noti a tutto il nostro partito. Di che cosa si tratta allora? Forse che il compagno Lenin “degenerava” o cominciava a “degenerare” allorquando introdusse la Nep? Basta porre questa domanda per capire tutta l’assurdità di una simile ipotesi circa la “degenerazione”.

Or dunque, perché Ustrialov elogia Lenin e il nostro partito, e perché i menscevichi e i cadetti elogiano l’opposizione? Ecco il problema che bisogna anzitutto risolvere e che Kamenev cerca di eludere in tutti i modi.

I menscevichi e i cadetti elogiano l’opposizione perché essa mina l’unità del nostro partito, indebolisce la dittatura del proletariato e facilita così la attività dei menscevichi e dei cadetti volta a rovesciare il potere sovietico. Lo provano le citazioni. Quanto a Ustrialov, egli elogia il nostro partito perché il potere sovietico ha permesso la Nep, permesso il capitale privato, permesso gli specialisti borghesi, del cui aiuto e della cui esperienza il proletariato ha bisogno.

I menscevichi e i cadetti elogiano l’opposizione perché essa, con la sua attività frazionista, li aiuta a preparare condizioni favorevoli al rovesciamento della dittatura del proletariato. E gli Ustrialov, ben sapendo che la dittatura non si può rovesciare, respingono l’opinione che si possa abbattere il potere sovietico, cercano di assicurarsi un posticino all’ombra della dittatura del proletariato, cercano di prenderla con le buone e... elogiano il partito per aver introdotto la Nep e permesso, a determinate condizioni, l’esistenza della nuova borghesia, che vuole sfruttare il potere sovietico per i propri fini di classe, ma che viene essa stessa sfruttata dal potere sovietico per i fini della dittatura proletaria.

Ecco dov’è la differenza tra i vari nemici di classe del proletariato del nostro paese.

Ecco qual è la causa prima del fatto che i menscevichi e i cadetti elogiano l’opposizione, e i signori Ustrialov... il nostro partito.

Vorrei attirare la vostra attenzione sul punto di vista di Lenin su questo problema.

 

“Nella nostra repubblica sovietica - dice Lenin - il regime sociale è basato sulla collaborazione tra due classi: gli operai e i contadini, collaborazione alla quale sono ammessi oggi, a determinate condizioni, anche i nepmen, cioè la borghesia” (vedi vol. 33, p. 444).(25)

 

 

25. Vedi Come riorganizzare l’ispezione operaia e contadina, in Lenin, Opere scelte, ed. cit., vol. II, p. 988.

 

È proprio perché alla nuova borghesia si concede di collaborare a determinate condizioni - a determinate condizioni, naturalmente, e sotto il controllo del potere sovietico - è proprio per questo che Ustrialov elogia il nostro partito, sperando di aggrapparsi a questa concessione e di sfruttare il potere sovietico per i fini della borghesia. Però, noi, il partito, facciamo altri calcoli: sfruttare i rappresentanti della nuova borghesia, la loro esperienza, le loro cognizioni al fine di sovietizzare, di assimilare una parte di essi, e buttare via l’altra parte, quella che non risulterà capace di, soviettizarsi.

Non è forse un fatto che Lenin faceva una distinzione tra la nuova borghesia da un lato, e i menscevichi e i cadetti  dall’altro, permettendo e utilizzando l’una e proponendo di arrestare gli altri?

Ecco che cosa scrive in proposito il compagno Lenin nel suo opuscolo L’imposta in natura:

 

“I comunisti non devono temere di “mettersi alla scuola” degli specialisti borghesi, compresi i commercianti, i piccoli capitalisti cooperatori e i capitalisti. Imparare da essi in forma diversa, ma, in sostanza, nello stesso modo in cui studiammo ed imparammo dagli specialisti militari. I risultati di questo “studio” dovranno essere verificati soltanto per mezzo dell’esperienza pratica: fai meglio di quanto hanno fatto accanto a te gli specialisti borghesi; riesci in questo o quel modo a ottenere un miglioramento dell’agricoltura, un miglioramento dell’industria, lo sviluppo dello scambio fra l’agricoltura e l’industria. Non lesinare quando si tratta di spendere denaro “per apprendere”: non bisogna aver rimpianti se costa caro, purché lo studio giovi”.

[Lenin Opere vol. 32 Ed. Riuniti (1967) pag. 344] (26)

 

 

26. Vedi Come riorganizzare l’ispezione operaia e contadina, in Lenin, Opere scelte, ed. cit., vol. II, pp. 849-850.

 

Questo diceva Lenin della nuova borghesia e degli specialisti borghesi, di cui Ustrialov è un rappresentante.

Ed ecco che cosa diceva Lenin dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari:

 

“Ma i “senza partito” - i quali in realtà altro non sono se non dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari travestiti, secondo la moda dei senza partito di Kronstadt - bisogna tenerli accuratamente in prigione o mandarli a Berlino da Martov, affinché usufruiscano liberamente di tutte le delizie della democrazia pura, possano scambiare liberamente le loro idee con Cernov, con Miliukov e con i menscevichi georgiani”.

[Lenin Opere vol. 32 Ed. Riuniti (1967) pag. 344]

 

Così diceva Lenin.

L’opposizione non è forse d’accordo con Lenin? Lo dica allora apertamente.

Questo spiega perché noi arrestiamo i menscevichi e i cadetti, mentre tolleriamo la nuova borghesia, a determinate condizioni e con determinate restrizioni, per poterne utilizzare e l’esperienza e le cognizioni per la nostra edificazione economica, pur lottando contro di essa mediante misure di natura economica, e vincendola passo a passo.

Di conseguenza certi nemici di classe del genere di Ustrialov elogiano il nostro partito per aver introdotto la Nep e per aver permesso alla borghesia di collaborare entro determinati limiti e condizioni col regime sovietico, collaborazione che ha lo scopo di utilizzare le cognizioni e l’esperienza di questa borghesia per la nostra edificazione, il quale scopo viene da noi realizzato, com’è noto, non senza successo. E intanto l’opposizione viene lodata da altri nemici di classe del genere dei menscevichi e dei cadetti perché la sua attività tende a scalzare l’unità del nostro partito, a scalzare la dittatura del proletariato e ad agevolare l’attività dei menscevichi e dei cadetti volta al rovesciamento della dittatura.

Spero che l’opposizione capirà, finalmente, quanto profonda sia la differenza fra gli elogi della prima specie e quelli della seconda.

 

3. Vi sono errori ed errori

L’opposizione ha parlato qui di determinati errori commessi individualmente da membri del CC. Errori ce ne sono stati, naturalmente. Fra di noi non c’è gente assolutamente “infallibile”. Di gente simile non ne esiste. Ma ci sono diversi tipi di errori. Ci sono errori sui quali chi li commette non insiste, e che non danno origine a piattaforme, correnti e frazioni. Simili errori si dimenticano presto. Ci sono poi errori di altro tipo, sui quali chi li commette insiste, errori che danno origine a frazioni, a piattaforme e alla lotta nel partito. Simili errori non si possono dimenticare presto.

Bisogna fare una distinzione rigorosa tra queste due categorie di errori.

Trotzki, per esempio, dice che una volta io ho commesso un errore riguardo al monopolio del commercio estero. Questo  è esatto. Effettivamente, nel periodo in cui i nostri organi di approvvigionamento erano in sfacelo, proposi di aprire temporaneamente uno dei nostri porti per l’esportazione del grano. Però non insistetti sul mio errore e, dopo averne discusso con Lenin, lo corressi immediatamente. Potrei contare a decine, a centinaia simili errori commessi da Trotzki, che furono poi corretti dal CC e sui quali egli in seguito non insistette. Se volessi enumerare tutti gli errori - molto gravi, meno gravi e di scarsa gravità - che Trotzki ha commesso nel corso del suo lavoro nel CC, ma sui quali egli non ha insistito e che sono stati dimenticati, dovrei leggere parecchie relazioni sull’argomento. Ma ritengo che nella lotta politica, nella polemica politica bisognerebbe parlare non di questi errori, ma degli errori che in seguito si sono sviluppati in una piattaforma e hanno provocato la lotta all’interno del partito.

Trotzki e Kamenev hanno appunto sollevato la questione di quegli errori che non si sono sviluppati in seguito in correnti di opposizione e che sono stati rapidamente dimenticati. E siccome l’opposizione ha sollevato per l’appunto queste questioni, permettete anche a me di ricordare qui alcuni errori di questo genere commessi a suo tempo dai capi dell’opposizione. Può darsi che questo servirà loro di lezione e che un’altra volta non tenteranno più di aggrapparsi a errori già dimenticati.

Vi fu un tempo in cui Trotzki affermò nel CC del nostro partito che il potere sovietico era sospeso ad un filo, che “il cuculo aveva già cantato”, e che al potere sovietico rimanevano pochi mesi, se non settimane, di vita. Questo accadde nel 1921. Fu un errore pericolosissimo, che attestava lo stato d’animo pericoloso di Trotzki. Ma il CC rise di lui, Trotzki non insistette e l’errore fu dimenticato.

Vi fu un tempo - si era nel 1922 - in cui Trotzki propose di permettere ai nostri stabilimenti industriali e ai trust di dare in ipoteca la proprietà dello stato, incluso il capitale fisso, ai capitalisti privati, per ottenere del credito. (Compagno Iaroslavski: “Questa è la via della capitolazione”). Credo di sì. In ogni caso ciò avrebbe costituito la premessa per la snazionalizzazione dei nostri stabilimenti industriali. Il CC, però, respinse questo piano; Trotzki lottò, ma poi cessò di insistere sul suo errore, e ora l’errore è stato dimenticato.

Vi fu un tempo - si era nel 1922 - in cui Trotzki propose una rigorosa concentrazione della nostra industria, una concentrazione così insensata, che avrebbe immancabilmente lasciato fuori dei cancelli delle fabbriche e delle officine circa un terzo della nostra classe operaia. Il CC respinse questa proposta di Trotzki come qualche cosa di scolastico, di insensato e di politicamente pericoloso. Trotzki ricordò più volte al CC che si sarebbe, comunque, stati costretti a mettersi, nell’avvenire, su questa strada. Tuttavia noi non ci siamo messi su questa strada. (Una voce: “Avremmo dovuto, in tal caso, chiudere l’officina Putilov”). Sì, ci avrebbe portato a questo. Però, in seguito, Trotzki non persistette nel suo errore, e l’errore fu dimenticato.

Eccetera, eccetera.

Oppure prendiamo gli amici di Trotzki: Zinoviev e Kamenev, che amano spesso ricordare che Bukharin ha detto una volta “arricchitevi”, e ballano attorno a questo “arricchitevi”.

Si era nel 1922, quando da noi si discutevano la concessione Urquhart e le condizioni veramente capestro di questa concessione. E allora? Non è forse un fatto che Kamenev e Zinoviev proponevano di accettare le condizioni capestro della concessione Urquhart e insistevano sulla loro proposta? Però il CC respinse la concessione Urquhart, Zinoviev e Kamenev non insistettero più sul proprio errore, e l’errore fu dimenticato.

Oppure prendiamo un altro ancora degli errori commessi da Kamenev, errore del quale non avrei voluto parlare, ma che Kamenev mi costringe a ricordare dal momento che egli ci annoia rievocando continuamente l’errore di Bukharin, errore che lo stesso Bukharin ha già da tempo corretto e liquidato. Mi riferisco a un incidente, occorso quando Kamenev era deportato in Siberia, dopo la rivoluzione di febbraio, quando egli si unì a notissimi commercianti siberiani (ad Acinsk) per inviare un telegramma di congratulazioni al costituzionalista Michele Romanov (Grida: “Vergogna!”), a  quello stesso Michele Romanov, cui lo zar, all’atto dell’abdicazione, trasmise “il diritto al trono”. Certamente si trattò di uno stupidissimo errore, per il quale Kamenev si ebbe una solenne lavata di capo dal nostro partito durante la Conferenza di aprile del 1917. Ma Kamenev riconobbe il suo errore, e l’errore fu dimenticato.

È necessario ricordare gli errori di questo genere? Certamente no, perché essi sono dimenticati e da tempo liquidati. Perché allora Trotzki e Kamenev rinfacciano ai loro oppositori nel partito errori di questo genere? Non è forse chiaro che essi finiscono così col costringerci a ricordare i numerosi errori dei capi dell’opposizione? E noi siamo costretti a farlo, non foss’altro che per far perdere all’opposizione l’abitudine di cavillare e far pettegolezzi.

Ma vi sono errori di un altro genere, errori sui quali coloro che li commettono insistono, e che danno origine in seguito a piattaforme frazionistiche. Sono errori di un genere del tutto diverso. Il compito del partito consiste nel mettere in luce simili errori e nel superarli, essendo il superamento l’unico mezzo per affermare i principi del marxismo nel partito, per salvaguardare l’unità nel partito, liquidare il frazionismo e creare delle garanzie contro il ripetersi di simili errori.

Prendiamo, per esempio, l’errore di Trotzki durante la pace di Brest, errore che si trasformò addirittura in una piattaforma contro il partito. Si deve lottare apertamente e decisamente contro simili errori? Sì, si deve.

Oppure un altro errore commesso da Trotzki durante la discussione sui sindacati, errore che ha suscitato nel nostro partito una discussione su scala nazionale.

Oppure, per esempio, l’errore di Zinoviev e di Kamenev, che provocò nel partito una crisi prima dell’insurrezione dell’ottobre 1917.

Oppure, per esempio, gli attuali errori del blocco d’opposizione, che hanno portato alla creazione di una piattaforma frazionista e alla lotta contro il partito.

Eccetera, eccetera.

Si deve lottare apertamente e decisamente contro simili errori? Sì, si deve.

Si possono, forse, passare sotto silenzio simili errori, quando si tratta di divergenze nel partito? È chiaro che non si può.

 

4. La dittatura del proletariato secondo Zinoviev

Zinoviev ha parlato nel suo discorso della dittatura del proletariato ed ha affermato che Stalin nel noto articolo Questioni del leninismo dà del concetto di dittatura del proletariato una spiegazione errata.

Sono sciocchezze, compagni. Zinoviev scarica su altri la propria colpa. In realtà, può trattarsi soltanto del fatto che Zinoviev snatura il concetto leninista di dittatura del proletariato.

Zinoviev riguardo alla dittatura del proletariato dà due versioni, nessuna delle quali può esser detta marxista, e che si contraddicono a vicenda in modo radicale.

Prima versione. Partendo dal giusto presupposto che il partito rappresenta la principale forza dirigente nel sistema della dittatura del proletariato, Zinoviev giunge alla conclusione completamente sbagliata che la dittatura del proletariato è la dittatura del partito. Così Zinoviev identifica la dittatura del partito con la dittatura del proletariato.

Ma che cosa significa identificare la dittatura del partito con la dittatura del proletariato?

Significa, in primo luogo, porre il segno di eguaglianza tra la classe e il partito, tra un tutto unico e una parte di questo tutto, il che è un’assurdità e un’incongruenza. Lenin non ha mai identificato non poteva identificare il partito con la classe. Tra il partito e la classe c’è tutt’una serie di organizzazioni apartitiche di massa del proletariato, e dietro a queste organizzazioni si trova tutta la massa della classe dei proletari. Ignorare la funzione e il peso specifico di queste organizzazioni apartitiche di massa e, tanto più, di tutta la massa della classe operaia, e credere che il partito possa sostituire le organizzazioni apartitiche di massa del proletariato e tutta la massa proletaria in generale, significa distaccare il partito dalle masse, portare al massimo la burocratizzazione del partito, fare del partito una forza infallibile,  impiantare nel partito il “neciaievismo”,(27) il “regime alla Arakceiev”.(28)

 

27. Neciaievismo: tattica delle congiure e del terrorismo; trasse il suo nome da quello dell’anarchico bakuninista russo S.G. Neciaiev. Alla fine degli anni sessanta Neciaiev creò in Russia una ristretta organizzazione di cospiratori, staccata dalle masse, nella quale la volontà e le opinioni degli aderenti venivano completamente soffocate.

 

28. Arakceievismo: regime di illimitato dispotismo poliziesco, di arbitrio della cricca militare e di violenza ai danni del popolo che esistette in Russia nel primo quarto del XIX secolo; trasse il suo nome da quello dello statista reazionario conte Arakceiev.

 

Non occorre dire che Lenin non ha nulla a che vedere con una simile “teoria” della dittatura del proletariato.

Significa, in secondo luogo, intendere la dittatura del partito non in senso traslato, non nel senso di direzione della classe operaia da parte del partito, come appunto intendeva il compagno Lenin, ma nel senso stretto della parola “dittatura”, cioè nel senso di sostituire alla direzione del partito l’uso della forza da parte di questo nei confronti della classe operaia. Infatti, che cosa è la dittatura, nel senso stretto della parola? Dittatura, nel senso stretto della parola, è un potere che poggia sulla forza, poiché, se si prende la dittatura nel senso stretto della parola, non esiste dittatura senza elementi di forza. Può forse il partito essere un potere che poggia sulla forza nei confronti della propria classe, nei confronti della maggioranza della classe operaia? È chiaro che non può. Nel caso contrario si avrebbe non la dittatura sulla borghesia, ma la dittatura sulla classe operaia.

Il partito è il maestro, la guida, il capo della sua classe, e non già un potere poggiante sull’uso della forza nei confronti della maggioranza della classe operaia. Altrimenti sarebbe insensato parlare del metodo della persuasione come del metodo fondamentale di lavoro del partito proletario nelle file della classe operaia. Altrimenti sarebbe insensato dire che il partito deve persuadere le larghe masse del proletariato della giustezza della sua politica, che soltanto quando adempie questo compito il partito può considerarsi un partito veramente di massa, capace di guidare il proletariato nella battaglia. Altrimenti il partito dovrebbe sostituire al metodo della persuasione quello degli ordini e delle minacce nei riguardi del proletariato, il che è assurdo e assolutamente incompatibile con il concetto marxista di dittatura del proletariato.

Ecco a quale assurdo porta la “teoria” di Zinoviev, teoria che identifica la dittatura (direzione) del partito con la dittatura del proletariato.

Inutile dire che Lenin non ha nulla a che vedere con questa “teoria”.

E appunto contro quest’assurdo polemizzo nel mio articolo Questioni del leninismo, là dove prendo posizione contro Zinoviev.

Forse non sarà superfluo dichiarare che quell’articolo è stato scritto e stampato col pieno accordo e l’approvazione dei compagni dirigenti del nostro partito.

Così si presenta la prima versione della dittatura del proletariato secondo Zinoviev.

Ed ecco la seconda versione. Se la prima versione travisa il leninismo in una direzione, la seconda lo travisa in una direzione del tutto diversa, diametralmente opposta. In essa, in questa seconda versione, Zinoviev definisce la dittatura del proletariato non come direzione di una sola classe, della classe dei proletari, ma come direzione di due classi, la classe degli operai e quella dei contadini.

Ecco che cosa dice a questo proposito Zinoviev:

 

“Attualmente la direzione, il timone, l’orientamento degli affari dello stato si trova nelle mani di due classi, della classe operaia e dei contadini”. (G. Zinoviev, L’alleanza degli operai e dei contadini e l’Esercito rosso, Casa ed. L’ondata, Leningrado, 1925, p. 4).

 

Si può forse negare che oggi nel nostro paese esista la dittatura del proletariato? No, non si può. In che cosa consiste la  dittatura del proletariato nel nostro paese? Secondo Zinoviev, essa consisterebbe, a quanto pare, nel fatto che gli affari dello stato nel nostro paese sono diretti da due classi. È compatibile questo con la concezione marxista della dittatura del proletariato? È chiaro che non è compatibile.

Lenin dice che la dittatura del proletariato è il dominio di una classe, la classe dei proletari. Nelle condizioni dell’alleanza del proletariato e dei contadini, la monocrazia del proletariato consiste nel fatto che la forza dirigente in questa alleanza è il proletariato, il suo partito, il quale non divide e non può dividere la direzione degli affari dello stato con un’altra forza o con un altro partito. Tutto ciò è talmente elementare e indiscutibile che non è neanche necessario spiegare queste cose elementari. Secondo Zinoviev, invece, risulta che la dittatura del proletariato sarebbe la direzione di due classi. Perché, allora, non qualificare una simile dittatura come dittatura del proletariato e dei contadini, invece di dittatura del proletariato? E non è forse chiaro che, secondo l’interpretazione di Zinoviev della dittatura del proletariato, noi dovremmo avere la direzione di due partiti, corrispondentemente alle due classi che si trovano “al timone degli affari dello stato”? Che cosa vi può essere di comune tra questa “teoria” di Zinoviev e la concezione marxista della dittatura del proletariato?

Inutile dire che Lenin non ha nulla a che vedere con questa “teoria”.

Conclusione: sia nella prima che nella seconda versione della sua “teoria” Zinoviev travisa in modo evidente la dottrina leninista della dittatura del proletariato.

 

5. Le sentenze oracolari di Trotzki

Vorrei soffermarmi, quindi, su alcune dichiarazioni equivoche di Trotzki, che hanno lo scopo, in sostanza, di indurre la gente in errore. Vorrei citare solo alcuni fatti.

Primo fatto. Richiesto quale fosse il suo atteggiamento verso il proprio passato menscevico, Trotzki rispose, non senza posare un tantino:

 

“Già il fatto stesso che io sia entrato nel partito bolscevico... già questo fatto dimostra di per sé che ho deposto sulla soglia del partito tutto ciò che fino allora mi aveva diviso dal bolscevismo ”.

 

Che cosa significa “deporre sulla soglia del partito tutto ciò che aveva diviso” Trotzki “dal bolscevismo”? Remmele aveva ragione di esclamare: “Come si fa a deporre roba simile sulla soglia del partito!”. E davvero, come si fa a deporre simili porcherie sulla soglia del partito? (Ilarità) A questa domanda Trotzki non ha dato risposta.

Inoltre; che cosa vuol dire deporre sulla soglia del partito i resti menscevichi di Trotzki? Ha egli deposto queste cose sulla soglia del partito come riserva per le future battaglie nel partito, oppure semplicemente le ha prese e le ha bruciate? Sembra che Trotzki le abbia deposte sulla soglia del partito come riserva. Poiché come si spiegano, diversamente, quelle divergenze permanenti di Trotzki col partito, che sono incominciate qualche tempo dopo la sua adesione al partito e che non sono ancora cessate?

Giudicate voi stessi. 1918: divergenze di Trotzki col partito sulla questione della pace di Brest e lotta all’interno del partito. 1920-21: divergenze di Trotzki col partito sul movimento sindacale e discussione su scala nazionale. 1923: divergenze di Trotzki col partito sulle questioni fondamentali dell’edificazione del partito e della politica economica, discussione nel partito. 1924: divergenze di Trotzki col partito sul problema della valutazione della Rivoluzione d’Ottobre e sulla funzione dirigente del partito, discussione nel partito. 1925-26: divergenze di Trotzki e del suo blocco d’opposizione col partito sui problemi fondamentali della nostra rivoluzione e della politica corrente.

Non sono forse troppe le divergenze per un uomo che ha “deposto sulla soglia del partito tutto ciò che lo divideva dal  bolscevismo”?

Si può forse dire che queste divergenze permanenti di Trotzki col partito siano “un caso accaduto per caso”, e non un fenomeno che si ripete sistematicamente?

Difficilmente si potrebbe dirlo.

Quale scopo potrebbe perseguire in questo caso questa dichiarazione più che equivoca di Trotzki?

Un solo scopo, ritengo: gettare polvere negli occhi degli ascoltatori per indurli in errore.

Un altro fatto. È noto che la questione della “teoria” della rivoluzione permanente di Trotzki ha non poca importanza dal punto di vista dell’ideologia del nostro partito, dal punto di vista delle prospettive della nostra rivoluzione. È noto che questa “teoria” aveva e continua ad avere la pretesa di far concorrenza alla teoria del leninismo sul problema delle forze motrici della nostra rivoluzione. È perciò del tutto comprensibile che si sia più volte chiesto a Trotzki quale atteggiamento abbia egli oggi, nel 1926, verso la sua “teoria” della rivoluzione permanente. Ma quale risposta ha dato Trotzki nel suo discorso alla sessione plenaria dell’Internazionale Comunista? Una risposta più che equivoca. Egli ha detto che la “teoria” della rivoluzione permanente presenta qualche “lacuna”, che alcuni aspetti di questa “teoria” non sono stati giustificati dalla nostra prassi rivoluzionaria. Ne risulterebbe, dunque, che se alcuni aspetti di questa “teoria” presentano delle “lacune”, vi sarebbero anche altri aspetti che non presenterebbero “lacune” e che dovrebbero perciò rimanere validi. Ma come distinguere alcuni aspetti della “teoria” della rivoluzione permanente dagli altri? La “teoria” della rivoluzione permanente non è forse un sistema organico di opinioni? Si può forse considerare la “teoria” della rivoluzione permanente come una cassa, di cui, poniamo, due angoli sono marciti e gli altri due sono ancora intatti? E poi, ci si può forse limitare qui a una semplice dichiarazione, per nulla impegnativa, sulle “lacune” in generale, senza precisare a quali “lacune” esattamente alluda Trotzki e quali aspetti esattamente della “teoria” della rivoluzione permanente egli ritenga sbagliati? Trotzki parla di certe “lacune” della “teoria” della rivoluzione permanente, ma a quali “lacune” esattamente egli alluda e quali aspetti esattamente di questa “teoria” ritenga sbagliati, di tutto ciò non ha detto neppure una parola. Perciò la dichiarazione di Trotzki su questo problema deve essere considerata ambigua, come un tentativo di cavarsela con una frase equivoca sulle “lacune”, frase che non lo impegna per nulla.

Trotzki ha agito in questo caso come certi abili oracoli dell’antichità, che davano ai postulanti risposte ambigue del genere della seguente: “durante la traversata del fiume un grande esercito verrà sconfitto”. Quale fiume verrà attraversato, quale esercito verrà sconfitto, lo capisca chi può. (Ilarità).

 

6. Zinoviev nella parte di scolaro che cita Marx, Engels e Lenin

Vorrei quindi dire alcune parole sul modo singolare con cui Zinoviev cita i classici del marxismo. Il tratto caratteristico di questo modo zinovieviano è che esso confonde tutti i periodi e le date, mette tutto in un solo mucchio, stacca singoli concetti e formule di Marx e di Engels dal loro legame vivo con la realtà, li trasforma in logori dogmi, e vien meno in tal modo all’esigenza fondamentale di Marx e di Engels secondo cui “il marxismo non è un dogma, ma una guida per l’azione”.

Ecco alcuni fatti.

1. Primo fatto. Zinoviev ha citato nel suo discorso il noto passo dell’opuscolo di Marx Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, dove è detto che “il compito dell’operaio [si tratta della vittoria del socialismo. G. St.] non viene assolto in nessun luogo entro i limiti della nazione”.(29)

 

29. Vedi K. Marx-F. Engels, Il 1848 in Germania e in Francia, Roma, Edizioni Rinascita, 1948, p. 217. 106.

 

 Zinoviev ha quindi citato il passo seguente di una lettera di Marx a Engels (1858):

 

“Ecco la questione difficile per noi: sul continente la rivoluzione è imminente e prenderà anche subito un carattere socialista. Non sarà necessariamente soffocata in questo piccolo angolo di mondo, dato che il movimento della società borghese è ancora ascendente su un’area molto maggiore? ” (vedi K. Marx-F. Engels, Carteggio, pp. 74-75).(30)

 

30. Vedi Carteggio Marx-Engels, Roma, Edizioni Rinascita, vol. III, 1951, p. 241.

 

Zinoviev cita questi passi di Marx del 1840-1860 e giunge alla conclusione che, grazie a questo, la questione della vittoria del socialismo in singoli paesi è risolta negativamente per tutti i tempi e periodi del capitalismo.

Si può forse dire che Zinoviev abbia capito Marx, il suo punto di vista, la sua linea fondamentale nella questione della vittoria del socialismo in singoli paesi? No, non lo si può dire. Al contrario, da queste citazioni risulta che Zinoviev non ha affatto capito Marx, che egli ha travisato il punto di vista fondamentale di Marx.

Si deduce forse dalle citazioni di Marx che la vittoria del socialismo in singoli paesi è impossibile in qualsiasi condizione dello sviluppo del capitalismo? No, non lo si deduce. Dalle parole di Marx si deduce soltanto che la vittoria del socialismo in singoli paesi non è possibile soltanto nel caso in cui “il movimento della società borghese è ancora ascendente”. Bene, ma che cosa fare se lo sviluppo dell’intera società borghese, in forza dell’andamento delle cose, cambia di direzione e comincia a seguire una linea discendente? Dalle parole di Marx consegue che in simili condizioni vien meno il motivo per cui si nega la possibilità della vittoria del socialismo in singoli paesi.

Zinoviev dimentica che le citazioni di Marx si riferiscono al periodo del capitalismo premonopolistico, quando il capitalismo nel suo insieme si sviluppava lungo una linea ascendente, quando lo sviluppo del capitalismo nel suo insieme non era accompagnato dal processo di imputridimento in un paese capitalisticamente sviluppato come l’Inghilterra, quando la legge dello sviluppo ineguale non costituiva ancora e non poteva costituire quel fattore possente nell’opera di disgregazione del capitalismo, quale essa diventò in seguito, nel periodo del capitalismo monopolistico, nel periodo dell’imperialismo. Per il periodo del capitalismo premonopolistico le parole di Marx - che la classe operaia non può adempiere il suo compito fondamentale in singoli paesi - sono assolutamente giuste. Ho già detto nel mio rapporto alla. XV Conferenza del PC(b) dell’URSS che una volta, nel periodo del capitalismo premonopolistico, la questione della vittoria del socialismo in singoli paesi veniva risolta negativamente e in modo perfettamente giusto. Ma, oggi, nell’attuale periodo del capitalismo - quando il capitalismo premonopolistico è diventato capitalismo imperialista - si può forse dire che il capitalismo nel suo insieme si stia sviluppando seguendo una linea ascendente? No, non si può dirlo. L’analisi dell’essenza economica dell’imperialismo fatta da Lenin dice che nel periodo dell’imperialismo la società borghese nel suo insieme segue una linea discendente. Lenin ha perfettamente ragione quando dice che il capitalismo monopolistico, il capitalismo imperialista è un capitalismo morente. Ecco che cosa dice a questo proposito il compagno Lenin:

 

“Si capisce perché l’imperialismo è capitalismo morente, capitalismo nella fase di transizione al socialismo: il monopolio che sorge dal capitalismo è già capitalismo morente, l’inizio del suo passaggio al socialismo. La gigantesca socializzazione del lavoro ad opera dell’imperialismo (quello che i suoi apologeti, gli economisti borghesi, chiamano ‘intreccio’) significa proprio questo ”. [Lenin Opere vol. 23 Ed. Riuniti (1965) pag. 105] (31)

 

31. Vedi L'imperialismo e la scissione del socialismo, in Lenin, Marx-Engels-Marxismo, ed. cit., p. 286.

 

Una cosa è il capitalismo premonopolistico, che si sviluppa nell’insieme seguendo una linea ascendente. Altra cosa è il capitalismo imperialista, quando il mondo è già stato spartito tra i gruppi capitalisti, quando lo sviluppo a sbalzi del  capitalismo esige nuove ripartizioni del mondo già spartito mediante conflitti militari, quando i conflitti e le guerre tra i gruppi imperialisti che sorgono su questo terreno indeboliscono il fronte mondiale del capitalismo, lo rendono facilmente vulnerabile e creano la possibilità di aprire una breccia in singoli paesi. Là, sotto il capitalismo premonopolistico, la vittoria del socialismo in singoli paesi si prospettava come impossibile. Qui, nell’epoca dell’imperialismo, nell’epoca del capitalismo morente, la vittoria del socialismo in singoli paesi è già diventata possibile.

Ecco di che si tratta, compagni, ecco quello che Zinoviev non vuole capire.

Voi vedete che Zinoviev cita Marx come uno scolaro, che fa astrazione dal punto di vista di Marx e si aggrappa a citazioni staccate di Marx, applicandole non come un marxista, ma come un socialdemocratico.

In che cosa consiste il modo revisionista di citare Marx? Il modo revisionista di citare Marx consiste nel sostituire al punto di vista di Marx citazioni di affermazioni staccate di Marx, facendo astrazione dalle condizioni concrete di una determinata epoca.

In che cosa consiste il modo zinovieviano di citare Marx? Il modo zinovieviano di citare Marx consiste nel sostituire il punto di vista di Marx con la lettera, con citazioni di Marx staccate dal loro legame vivo con le condizioni di sviluppo della metà dell’ottocento, e trasformate in dogma.

Ritengo ogni commento superfluo.

2. Secondo fatto. Zinoviev cita le parole di Engels dai Principi del comunismo (32) (1847), secondo cui la rivoluzione operaia “non potrà verificarsi soltanto in un singolo paese”, confronta queste parole di Engels con la mia dichiarazione alla XV Conferenza del PC(b) dell’URSS, secondo cui noi nell’URSS abbiamo realizzato i nove decimi delle dodici rivendicazioni poste da Engels, e ne trae due conclusioni: primo, che la vittoria del socialismo in singoli paesi è impossibile, secondo, che io nella mia dichiarazione faccio un quadro troppo roseo della situazione attuale dell’URSS.

Quanto alle citazioni, bisogna dire che Zinoviev commette qui, nell’interpretare Engels, lo stesso errore che egli ha commesso nei riguardi di Marx. Si capisce che nel periodo del capitalismo premonopolistico, nel periodo in cui la società borghese nel suo insieme si sviluppava seguendo una linea ascendente, Engels doveva giungere alla soluzione negativa del problema della possibilità della vittoria del socialismo in singoli paesi. Estendere meccanicamente questa tesi, enunciata da Engels nel vecchio periodo del capitalismo, al nuovo periodo del capitalismo, al periodo imperialista, significa snaturare il punto di vista di Engels e di Marx in ossequio alla lettera, in ossequio ad una citazione staccata, presa all’infuori di ogni legame con le condizioni reali di sviluppo del periodo del capitalismo premonopolistico. Ho già detto nel mio rapporto alla XV Conferenza del PC(b) dell’URSS che, a suo tempo, questa formula di Engels era l’unica giusta. Ma bisogna pur capire che non si può mettere sullo stesso piano la metà del secolo scorso, quando non si poteva neanche parlare di capitalismo morente, e l’attuale periodo di sviluppo del capitalismo, il periodo dell’imperialismo, quando il capitalismo nel suo insieme è un capitalismo morente. È forse tanto difficile capire che ciò che era allora considerato impossibile è diventato ora, nelle nuove condizioni del capitalismo, possibile e necessario?

 

32. Vedi Principi del comunismo, in K. Marx-F. Engels, Manifesto del Partito Comunista, Giulio Einaudi Editore, 1949, p. 278.

 

Voi vedete che anche qui, nei riguardi di Engels, come pure nei riguardi di Marx, Zinoviev è rimasto fedele al suo modo revisionista di citare i classici del marxismo.

Quanto alla seconda conclusione di Zinoviev, egli ha senz’altro travisato quel che Engels ha detto circa le dodici rivendicazioni o misure necessarie alla rivoluzione operaia. Zinoviev presenta le cose come se Engels desse nelle sue dodici rivendicazioni un programma particolareggiato del socialismo fino all’abolizione delle classi, all’abolizione  della produzione mercantile e, quindi, all’abolizione dello stato.

Questo è assolutamente sbagliato. È un completo travisamento di Engels. Nelle dodici rivendicazioni di Engels non vi è neppure una parola né sull’abolizione delle classi, né sull’abolizione dell’economia mercantile, né sull’abolizione dello stato, né sull’abolizione di tutte le forme di proprietà privata. Al contrario, le dodici rivendicazioni di Engels presuppongono l’esistenza della “democrazia” (Engels per “democrazia” intendeva allora la dittatura del proletariato), l’esistenza delle classi e dell’economia mercantile. Engels dice apertamente che le sue dodici rivendicazioni “intaccano direttamente la proprietà privata” (e non che l’aboliscono completamente) e “garantiscono l’esistenza del proletariato” (e non l’eliminazione del proletariato come classe). Ecco le parole di Engels:

 

“La rivoluzione del proletariato, che con ogni probabilità sta per avverarsi, potrà trasformare la società attuale solo a poco a poco, e potrà abolire la proprietà privata solo quando sarà creata la massa di mezzi di produzione a ciò necessaria... Prima di tutto la rivoluzione del proletariato instaurerà una costituzione democratica, e con ciò il dominio politico diretto o indiretto del proletariato... La democrazia sarebbe del tutto inutile al proletariato se non venisse subito usata quale mezzo per ottenere ulteriori misure che intacchino direttamente la proprietà privata e garantiscano l’esistenza al proletariato.[C.vo di G. St.] Di queste misure, le principali, come risultano già ora quali conseguenze necessarie della situazione esistente, sono le seguenti”.

 

Segue quindi l’enumerazione delle già note dodici rivendicazioni o misure (vedi Engels, Principi del comunismo).

Voi vedete, in tal modo, che in Engels si tratta non di un programma particolareggiato del socialismo fino all’abolizione delle classi, dello stato, della produzione mercantile, ecc., bensì dei primi passi della rivoluzione socialista, delle prime misure necessarie per intaccare direttamente la proprietà privata, per garantire l’esistenza della classe operaia e consolidare il dominio politico del proletariato.

 

La conclusione è una sola: Zinoviev ha travisato Engels, presentandone le dodici rivendicazioni come un programma particolareggiato del socialismo.

Di che cosa ho parlato nel mio discorso di chiusura della XV Conferenza del PC(b) dell’URSS? Del fatto che i nove decimi delle rivendicazioni o misure di Engels, che rappresentano i primi passi della rivoluzione socialista, sono già stati tradotti nella realtà da noi, nell’URSS.

Significa forse questo che da noi è già stato realizzato il socialismo?

È chiaro che non significa questo.

Quindi, Zinoviev, fedele al suo modo di citare, ha barato “un tantino” nei riguardi della mia dichiarazione alla XV Conferenza del PC(b) dell’URSS.

Ecco dove va a finire Zinoviev col modo a lui specifico di citare Marx e Engels.

Il modo di Zinoviev di far citazioni mi ricorda una “storia” piuttosto divertente sui socialdemocratici, raccontata da un sindacalista rivoluzionario svedese a Stoccolma. Si era nel 1906, durante il Congresso di Stoccolma del nostro partito. Questo compagno svedese fece una descrizione veramente divertente del modo pedantesco con cui certi socialdemocratici usano citare Marx ed Engels, e noi delegati ai congresso, ascoltandolo, ridevamo a più non posso. Ecco in sostanza la “storia”. Siamo in Crimea durante l’insurrezione della flotta e della fanteria. Arrivano rappresentanti della flotta e della fanteria e dicono ai socialdemocratici: in questi ultimi anni voi ci avete chiamati ad insorgere contro lo zarismo e noi ci siamo convinti che il vostro appello era giusto; noi marinai e soldati ci siamo messi d’accordo per insorgere e ora vi chiediamo di darci dei consigli. I socialdemocratici si allarmarono e risposero di non potere decidere la questione dell’insurrezione senza convocare una speciale conferenza. I marinai fecero capire che non si poteva indugiare, che tutto era pronto e che se essi non avessero ricevuto una risposta esplicita dai socialdemocratici, e i  socialdemocratici non avessero assunto la direzione dell’insurrezione, la cosa avrebbe potuto fallire. I marinai e i soldati se ne andarono in attesa di direttive, e i socialdemocratici convocarono una conferenza per discutere la questione. Prendono il primo volume del Capitale, prendono il secondo, prendono, infine, il terzo. Cercano direttive sulla Crimea, su Sebastopoli, sull’insurrezione in Crimea. Ma non trovano nessuna, letteralmente nessuna direttiva nei tre volumi del Capitale, né su Sebastopoli, né sulla Crimea, né sull’insurrezione dei marinai e dei soldati. (Ilarità). Sfogliano altre opere di Marx e di Engels cercano direttive, ma non ne trovano. (Ilarità). Come fare? E i marinai sono di nuovo lì, che aspettano una risposta. E cosa credete? I socialdemocratici furono costretti a riconoscere che, stando così le cose, non erano in grado di dare nessuna direttiva ai marinai e ai soldati. “In tal modo - concluse il compagno svedese - fallì l’insurrezione della flotta e della fanteria”. (Ilarità).

Indubbiamente questo racconto è fortemente esagerato. Però è altrettanto indubbio che esso mette proprio il dito sulla piaga, sul difetto principale del modo di citare Marx ed Engels proprio di Zinoviev.

3. Terzo fatto. Si tratta di citazioni dalle opere di Lenin. Che cosa non ha fatto Zinoviev per pescare tutt’un mucchio di citazioni dalle opere di Lenin e “sbalordire” gli ascoltatori! Zinoviev crede, evidentemente, che più citazioni ci sono meglio è, e tiene poco conto di quel che dicono le citazioni e di quel che si deve dedurne. Eppure, leggendo attentamente queste citazioni, non è difficile capire che Zinoviev non ha citato neppure un brano delle opere di Lenin in cui si parli a favore dell’attuale posizione capitolazionista del blocco d’opposizione, o per lo meno vi si faccia cenno. Occorre rilevare che Zinoviev, chissà perché, non ha citato nessuno dei passi essenziali in cui Lenin afferma che bisogna ritenere come cosa sicura sia la soluzione del “problema economico” della dittatura, sia la vittoria del proletariato dell’URSS nella soluzione di questo problema.

Zinoviev ha citato un brano dell’opuscolo di Lenin Sulla cooperazione, in cui si dice che noi, nell’URSS, abbiamo tutto ciò che è necessario e sufficiente per costruire una società socialista integrale. Ma egli non ha fatto il benché minimo sforzo per suggerire, sia pure velatamente, quali conclusioni si possano trarre da questo passo e in favore di chi sia stato citato: se in favore del blocco d’opposizione oppure del PC(b) dell’URSS.

Zinoviev ha cercato di dimostrare che la vittoria dell’edificazione socialista nel nostro paese non è possibile, ma a sostegno di questa tesi ha citato passi delle opere di Lenin che capovolgono le sue stesse asserzioni.

Ecco, per esempio, uno di questi passi:

 

“Ho già avuto più volte occasione di dire: per i russi, in confronto ai paesi avanzati, è stato più facile iniziare la grande rivoluzione proletaria; ma sarà per essi più difficile continuarla e condurla sino alla vittoria definitiva, nel senso della completa organizzazione della società socialista”. [C.vo di G. St.]

[Lenin Opere vol. 29 Ed. Riuniti (1967) pag. 282] (33)

 

 

33. Vedi La III Internazionale e il suo posto nella storia, in Lenin, L’Internazionale Comunista, Roma, Edizioni Rinascita, 1950, pp. 69-70.

 

A Zinoviev non è neppur passato per la mente che questa citazione parla nell’interesse non del blocco d’opposizione, ma del partito, poiché in essa si afferma non l’impossibilità della costruzione integrale del socialismo nell’URSS, ma la difficoltà di condurre a termine questa costruzione, mentre la possibilità della costruzione integrale del socialismo nell’URSS viene riconosciuta in questa citazione come qualcosa di implicito. Il partito ha sempre detto che sarà più facile iniziare la rivoluzione nell’URSS che nei paesi capitalisti della Europa occidentale, ma che sarà più difficile condurre a termine la costruzione del socialismo. Significa forse che riconoscere questo fatto equivale a negare la possibilità della costruzione integrale del socialismo nell’URSS? Naturalmente, no. Al contrario, da questo fatto deriva soltanto la conclusione che la costruzione integrale del socialismo nell’URSS è pienamente possibile e necessaria,  nonostante le difficoltà.

Ci si chiede: a che scopo Zinoviev ha tirato fuori simili citazioni?

Probabilmente per “sbalordire” gli ascoltatori con un mucchio di citazioni e per intorbidare le acque. (Ilarità).

Ma ora è chiaro, credo, che Zinoviev non ha raggiunto il suo scopo, e che il suo modo più che ridicolo di citare i classici del marxismo gli ha indubbiamente giocato un brutto tiro.

 

7. Il revisionismo secondo Zinoviev

Infine, alcune parole sull’interpretazione alla Zinoviev del concetto di “revisionismo”. Secondo Zinoviev ogni perfezionamento, ogni messa a punto delle vecchie formule o delle singole tesi di Marx o di Engels, e tanto più la loro sostituzione con altre formule rispondenti alle nuove condizioni, è revisionismo. Perché? Potremmo chiedere. Non è forse il marxismo una scienza, e non si sviluppa forse la scienza arricchendola di nuove esperienze e perfezionando le vecchie formule? A quanto pare, perché “revisione” significa “riesame”, e non si possono perfezionare e mettere a punto le vecchie formule senza riesaminarle alquanto e, quindi, ogni messa a punto e perfezionamento delle vecchie formule, ogni arricchimento del marxismo con nuove esperienze e nuove formule è revisionismo. Naturalmente tutto questo è ridicolo. Ma che cosa ci possiamo fare se Zinoviev stesso si mette in una situazione ridicola e nello stesso tempo s’immagina di dar battaglia al revisionismo?

Per esempio, Stalin aveva forse il diritto di modificare e di mettere a punto la sua stessa formula sulla vittoria del socialismo in un solo paese (1924), in piena conformità con gli insegnamenti e la linea fondamentale del leninismo? Secondo Zinoviev non ne aveva il diritto. Perché? Perché modificare e mettere a punto una vecchia formula vuol dire fare un nuovo esame della formula, il che in tedesco è sinonimo di revisione. Non è forse chiaro che Stalin è caduto nel revisionismo?

In tal modo risulta che noi abbiamo un nuovo criterio, alla Zinoviev, del revisionismo, che condanna il pensiero marxista all’immobilità più completa, pena l’accusa di revisionismo.

Se, per esempio, verso la metà del secolo scorso, Marx ha detto che quando lo sviluppo del capitalismo segue una linea ascendente la vittoria del socialismo entro i confini nazionali è impossibile, e nel 1915 Lenin ha detto che quando lo sviluppo del capitalismo segue una linea discendente e il capitalismo è morente, questa vittoria è possibile, ne consegue che Lenin è caduto nel revisionismo nei confronti di Marx.

Se, per esempio, verso la metà del secolo scorso Marx ha detto che “la rivoluzione [socialista] nei rapporti economici di un qualsiasi paese del continente europeo o perfino di tutto il continente europeo, senza l’Inghilterra, è soltanto una tempesta in un bicchiere d’acqua”,(34) ed Engels, tenendo conto della nuova esperienza della lotta di classe, ha modificato in seguito questa tesi e ha detto che la rivoluzione socialista sarà iniziata dal francese e condotta a termine dal tedesco, risulta che Engels è caduto nel revisionismo nei confronti di Marx.

 

34. Vedi Die revolutionäre Bewegung, editoriale nella Neue Rheinische Zeitung, 1° gennaio 1849. Per la citazione successiva vedi Carteggio Marx-Engels, ed. cit., vol. VI, 1953, p. 26.

 

Se Engels ha detto che il francese inizierà la rivoluzione socialista e il tedesco la condurrà a termine, mentre Lenin, tenendo conto della vittoria della rivoluzione nell’URSS, ha modificato questa formula e l’ha sostituita con un’altra, affermando che il russo ha iniziato la rivoluzione socialista e il tedesco, il francese, e l’inglese la condurranno a termine, risulta che Lenin è caduto nel revisionismo nei confronti di Engels e ancor più nei confronti di Marx.

Ecco, per esempio, le parole di Lenin al riguardo:

 

“I grandi fondatori del socialismo, Marx ed Engels, osservando per diversi decenni lo sviluppo del movimento  operaio e l’ascesa della rivoluzione socialista mondiale, videro chiaramente che il passaggio dal capitalismo al socialismo richiede lunghe doglie, un lungo periodo di dittatura del proletariato, la demolizione di tutto ciò che è vecchio, la spietata distruzione di tutte le forme del capitalismo, la collaborazione degli operai di tutti i paesi, che devono fondere tutti i loro sforzi per assicurare la vittoria fino alla fine. Ed essi dissero che alla fine del XIX secolo “il francese avrebbe iniziato e il tedesco portato a termine”. Il francese avrebbe iniziato perché durante i decenni di rivoluzione egli ha sviluppato in sé quel nobile spirito di iniziativa nell’azione rivoluzionaria che ha fatto di lui l’avanguardia della rivoluzione socialista.

Oggi la combinazione delle forze del socialismo internazionale è diversa. Noi diciamo che il movimento ha inizio più facilmente in quei paesi che non sono tra i paesi sfruttatori, i quali possono con maggior facilità darsi al saccheggio e corrompere gli strati superiori dei loro operai... Le cose sono andate diversamente di quel che si aspettavano Marx ed Engels. [C.vo di G. St.] A noi, classi lavoratrici e sfruttate russe, è stato dato il compito d’onore di essere l’avanguardia della rivoluzione internazionale socialista, e oggi vediamo chiaramente quanto lontano andrà lo sviluppo della rivoluzione: il russo ha iniziato, il tedesco, il francese, l’inglese porteranno a termine e il socialismo trionferà”. [Lenin Opere vol. 26 Ed. Riuniti (1966) pag. 450,451]

 

Voi vedete che Lenin qui “rivede” apertamente Engels e Marx, cadendo, secondo Zinoviev, nel “revisionismo”.

Se, per esempio, Engels e Marx definirono dittatura del proletariato la Comune di Parigi, la quale, com’è noto, fu diretta da due partiti, nessuno dei quali era marxista, e Lenin, tenendo conto della nuova esperienza di lotta delle classi nelle condizioni dell’imperialismo, disse più tardi che la dittatura del proletariato, più o meno sviluppata, può essere realizzata soltanto mediante la direzione di un solo partito, il partito del marxismo, ne consegue che Lenin è caduto nel “revisionismo” aperto nei confronti di Marx ed Engels.

Se Lenin nel periodo precedente la guerra imperialista diceva che non si può accettare la federazione come tipo di struttura statale, e nel 1917, tenendo conto della nuova esperienza di lotta del proletariato, modificò, riesaminò questa formula dichiarando che la federazione è un tipo di struttura sociale adatto per il periodo di passaggio al socialismo, ne consegue che Lenin è caduto nel “revisionismo” nei confronti di se stesso e del leninismo.

Eccetera, eccetera.

Così, secondo Zinoviev, il marxismo non dovrebbe arricchirsi di nuove esperienze, e ogni perfezionamento di singole tesi e formule di questo o di quell’altro classico del marxismo sarebbe revisionismo.

Che cosa è il marxismo? Il marxismo è una scienza. Può, forse, il marxismo conservarsi e svilupparsi in quanto scienza se esso non viene arricchito dalla nuova esperienza della lotta di classe del proletariato, se non assimila questa esperienza dal punto di vista del marxismo, dal punto di vista del metodo marxista? È chiaro che non può.

Non è forse chiaro allora che il marxismo esige il perfezionamento e l’arricchimento delle vecchie formule sulla base della nuova esperienza, pur conservando il punto di vista del marxismo, pur attenendosi al suo metodo, mentre Zinoviev agisce nel modo opposto, attenendosi alla lettera e sostituendo al punto di vista del marxismo, al suo metodo, singole enunciazioni del marxismo prese alla lettera?

Che cosa può esserci di comune fra il vero marxismo e la sostituzione della linea fondamentale del marxismo con singole formule prese alla lettera e con citazioni da singole enunciazioni del marxismo?

Si può forse mettere in dubbio che questo non è marxismo, ma una caricatura del marxismo?

Marx ed Engels alludevano appunto a “marxisti” come Zinoviev quando dicevano: “La nostra dottrina non è un dogma, ma una guida per l’azione”.

Il guaio di Zinoviev è che egli non capisce il senso e il significato di queste parole di Marx e di Engels.

 

II

La questione della vittoria del socialismo in singoli paesi capitalisti

Ho parlato dei singoli errori dell’opposizione e delle inesattezze vere e proprie rilevate nei discorsi dei capi dell’opposizione. Ho cercato di esaurire questa questione nella prima parte del discorso di chiusura sotto forma di osservazioni varie. Permettetemi ora di passare senz’altro alla sostanza della questione.

 

1. I presupposti delle rivoluzioni proletarie in singoli paesi nel periodo dell’imperialismo

La prima questione è la questione della possibilità della vittoria del socialismo in singoli paesi capitalisti nel periodo dell’imperialismo. Si tratta, come vedete, non di un qualsiasi paese, ma di tutti i paesi imperialisti più o meno sviluppati.

In che cosa consiste l’errore fondamentale dell’opposizione nella questione della vittoria del socialismo in singoli paesi capitalisti?

L’errore fondamentale dell’opposizione consiste nel fatto che essa non capisce o non vuol capire quale grande differenza esiste tra il capitalismo preimperialista e il capitalismo imperialista, che essa non capisce l’essenza economica dell’imperialismo e confonde tra di loro due fasi diverse del capitalismo: la fase preimperialista e la fase imperialista.

Da questo errore scaturisce un altro errore dell’opposizione: essa non capisce il significato e l’importanza della legge dello sviluppo ineguale nel periodo dell’imperialismo e contrappone a questa legge la tendenza al livellamento, e in tal modo scivola sulla posizione kautskiana dell’ultraimperialismo.

Questi due errori portano l’opposizione a un terzo errore: essa estende meccanicamente al capitalismo imperialista formule e tesi elaborate sulla base del capitalismo preimperialista, e giunge quindi a negare la possibilità della vittoria del socialismo in singoli paesi capitalisti.

In che cosa consiste la differenza tra il vecchio capitalismo premonopolistico e il nuovo capitalismo monopolistico, se vogliamo esprimere questa differenza in due parole?

Essa consiste nel fatto che lo sviluppo del capitalismo attraverso la libera concorrenza è stato sostituito dallo sviluppo attraverso potenti organizzazioni monopolistiche dei capitalisti; che il vecchio capitale “civile”, “progressivo” è stato sostituito dal capitale finanziario, capitale “in putrefazione”; che la “pacifica” espansione del capitale e il suo estendersi nei territori “liberi” sono stati sostituiti dallo sviluppo a sbalzi, dallo sviluppo, attraverso la nuova ripartizione del mondo già spartito, mediante conflitti armati tra i gruppi capitalisti; che il vecchio capitalismo, che si sviluppava, nel suo insieme, seguendo una linea ascendente, è stato, in tal modo, sostituito dal capitalismo morente, da un capitalismo che si sviluppa, nel suo insieme, seguendo una linea discendente.

Ecco che cosa dice Lenin a questo proposito:

 

“Ricordiamo su che cosa è basata la sostituzione della moderna epoca imperialista alla precedente epoca “pacifica” del capitalismo: sul fatto che la libera concorrenza ha ceduto il posto alle unioni monopolistiche dei capitalisti e che tutto il globo è stato ripartito. È chiaro che questi due fatti (e fattori) hanno effettivamente un significato mondiale: il libero commercio e la concorrenza pacifica erano possibili e necessari finché il capitale poteva ampliare senza ostacoli le sue colonie e conquistare in Africa e altrove delle terre non ancora occupate, fino a quando la concentrazione del capitale era ancora debole e inoltre non esistevano imprese monopolistiche, imprese così grandi da dominare completamente un dato ramo dell’industria. Il sorgere e lo svilupparsi di tali imprese monopolistiche... rendono impossibile la passata libera concorrenza, poiché le minano il terreno sotto i piedi, mentre la spartizione del globo costringe a passare dall’espansione pacifica alla lotta armata per una nuova divisione delle colonie e delle sfere d’influenza”. [Lenin Opere vol. 21 Ed. Riuniti (1966) pag. 203]

 

E più oltre:

  

“Non si può continuare a vivere all’antica, in una situazione relativamente tranquilla, civile, pacifica, in cui il capitalismo evolva placidamente [C.vo di G. St.] e si estenda gradualmente a nuovi paesi, perché un’altra epoca si è aperta. Il capitale finanziario elimina ed eliminerà un dato paese dal numero delle grandi potenze, s’impadronirà delle sue colonie e delle sue sfere d’influenza”. [Lenin Opere vol. 21 Ed. Riuniti (1966) pag. 205, 206] (35)

 

 

35. Vedi Il fallimento della II Internazionale, in Lenin, La guerra imperialista, ed. cit., pp. 77, 80.

 

Di qui la conclusione fondamentale di Lenin sul carattere del capitalismo imperialista:

 

“Si capisce perché l’imperialismo è capitalismo morente, capitalismo nella fase di transizione al socialismo: il monopolio, che sorge dal capitalismo è già capitalismo morente, l’inizio del suo passaggio al socialismo. La gigantesca socializzazione del lavoro ad opera dell’imperialismo (quello che i suoi apologeti, gli economisti borghesi, chiamano “intreccio”) significa proprio questo” (vedi vol. 23, p. 96).

 

È una disgrazia per la nostra opposizione che essa non comprenda l’importanza di questa differenza tra il capitalismo preimperialista e il capitalismo imperialista.

Quindi il punto di partenza della posizione del nostro partito è il riconoscimento del fatto che il capitalismo odierno, il capitalismo imperialista, è un capitalismo morente.

Questo non significa ancora, purtroppo, che il capitalismo sia già morto. Ma significa, indubbiamente, che il capitalismo nel suo insieme non va verso la rinascita, ma va verso la morte, che il capitalismo nel suo insieme si sviluppa seguendo non una linea ascendente, ma una linea discendente.

Da questa questione generale scaturisce la questione dello sviluppo ineguale nel periodo dell’imperialismo.

Che cosa vogliono dire, di solito, i leninisti quando parlano di sviluppo ineguale nel periodo dell’imperialismo?

Vogliono forse dire che esiste una grande differenza nel livello di sviluppo dei vari paesi capitalisti, che certi paesi nel loro sviluppo rimangono indietro rispetto ad altri e che questa differenza si accentua sempre più?

No, non si tratta di questo. Confondere lo sviluppo ineguale nel periodo dell’imperialismo con il differente livello di sviluppo dei paesi capitalisti significa cadere nel filisteismo. E proprio nel filisteismo è caduta l’opposizione quando, alla XV Conferenza del PC(b) dell’URSS, ha confuso la questione dello sviluppo ineguale con la questione del differente livello economico dei vari paesi capitalisti. È appunto partendo da questa confusione che l’opposizione giunse allora alla conclusione completamente sbagliata che l’ineguaglianza di sviluppo era più accentuata nel periodo che precede l’imperialismo. E appunto per questo Trotzki ha detto alla XV Conferenza che “nel XIX secolo questa ineguaglianza era più accentuata che nel XX” (vedi il discorso di Trotzki alla XV Conferenza del PC dell’URSS). La stessa cosa diceva allora Zinoviev, affermando: “Non è vero che l’ineguaglianza dello sviluppo capitalista prima dell’inizio dell’epoca imperialista fosse minore” (vedi il discorso di Zinoviev alla XV Conferenza del PC dell’URSS).

È vero che oggi, dopo la discussione alla XV Conferenza, l’opposizione ha ritenuto necessario cambiar fronte, dichiarando nei suoi discorsi alla sessione plenaria allargata del Comitato esecutivo dell’Internazionale Comunista qualcosa di assolutamente opposto, oppure cercando semplicemente di passare sotto silenzio questo errore. Ecco, per esempio, la dichiarazione di Trotzki nel suo discorso alla sessione plenaria allargata: “Quanto al ritmo di sviluppo, l’imperialismo ha inasprito infinitamente questa ineguaglianza”. Quanto a Zinoviev, nel suo discorso alla sessione plenaria del Comitato esecutivo dell’IC, ritenne prudente di passare semplicemente sotto silenzio questa questione, nonostante gli fosse impossibile ignorare che proprio questo era il problema in discussione: nel periodo dell’imperialismo la legge dell’ineguaglianza agisce con maggiore o minore forza?

Ma ciò dimostra soltanto che la discussione ha insegnato qualche cosa all’opposizione e non è stata inutile.

Quindi: la questione dello sviluppo ineguale dei paesi capitalisti nel periodo dell’imperialismo non deve essere confusa  con quella del diverso livello economico dei vari paesi capitalisti.

Si può forse dire che, essendo diminuita la differenza nel livello di sviluppo dei paesi capitalisti ed essendo aumentato il livellamento di questi paesi, la legge dello sviluppo ineguale agisce con minor forza nel periodo dell’imperialismo? No, non lo si può dire. Questa differenza nel livello di sviluppo aumenta o diminuisce? Senza dubbio diminuisce. Il livellamento aumenta o diminuisce? Indubbiamente aumenta. Non è questo aumento in contraddizione coll’accentuarsi dell’ineguaglianza dello sviluppo nel periodo dell’imperialismo? No, non è in contraddizione. Al contrario, il livellamento costituisce proprio quello sfondo, quelle fondamenta che rendono possibile l’accentuarsi dell’ineguaglianza dello sviluppo nel periodo dell’imperialismo. Soltanto coloro che non capiscono l’essenza economica dell’imperialismo, come i nostri oppositori, possono contrapporre il livellamento alla legge dello sviluppo ineguale nel periodo dell’imperialismo. Appunto perché i paesi arretrati accelerano il proprio sviluppo e si portano al livello dei paesi progrediti, appunto per questo si inasprisce la lotta fra i vari paesi per sorpassarsi l’un l’altro, appunto per questo si crea la possibilità per alcuni paesi di sorpassare gli altri e di soppiantarli nei mercati, creando così le premesse per i conflitti armati, per l’indebolimento del fronte mondiale del capitalismo, per la rottura di questo fronte da parte dei proletari di vari paesi capitalisti. Chi non ha capito questa semplice cosa, non ha capito niente del problema dell’essenza economica del capitalismo monopolistico.

Quindi: il livellamento è una delle condizioni che portano all’accentuarsi della ineguaglianza dello sviluppo nel periodo dell’imperialismo.

Si può forse dire che lo sviluppo ineguale nel periodo dell’imperialismo consista nel fatto che alcuni paesi raggiungono altri e poi li sorpassano dal punto di vista economico in modo normale, in modo, per così dire, evoluzionistico, senza sbalzi e senza catastrofi militari, senza nuove ripartizioni del mondo già spartito? No, non lo si può dire. Questa ineguaglianza esisteva anche nel periodo del capitalismo premonopolistico, cosa che Marx sapeva e su cui Lenin ha scritto nel suo Sviluppo del capitalismo in Russia.(36) Allora lo sviluppo del capitalismo procedeva in modo più o meno regolare, più o meno evoluzionistico, e alcuni paesi sorpassavano gli altri nel corso di un lungo periodo di tempo, senza sbalzi e senza inevitabili conflitti armati su scala mondiale. Ma oggi non è di quella ineguaglianza che si tratta.

Che cosa è dunque, allora, la legge dello sviluppo ineguale dei paesi capitalisti nel periodo dell’imperialismo?

La legge dello sviluppo ineguale nel periodo dell’imperialismo significa sviluppo a sbalzi di alcuni paesi in confronto ad altri, rapida cacciata dal mercato mondiale di alcuni paesi ad opera di altri, ripartizioni periodiche del mondo già spartito attraverso conflitti armati e catastrofi militari, approfondimento e inasprimento dei conflitti nel campo dell’imperialismo, indebolimento del fronte del capitalismo mondiale, possibilità di rottura di questo fronte da parte del proletariato di singoli paesi, possibilità della vittoria del socialismo in singoli paesi.

 

36. Vedi Lenin Opere vol. 3 Ed. Riuniti (II edizione 1969) pag. 1

 

Quali sono gli elementi fondamentali della legge dello sviluppo ineguale nel periodo dell’imperialismo?

In primo luogo, il mondo è già ripartito tra i gruppi imperialistici, nel mondo non vi sono più territori “liberi”, non occupati, e per occupare nuovi mercati e fonti di materie prime, per espandersi, bisogna strappare ad altri con la forza questi territori.

In secondo luogo, lo sviluppo senza precedenti della tecnica e il crescente livellamento dello sviluppo dei paesi capitalisti hanno fatto sì che per alcuni paesi sia stato possibile e meno difficile sorpassarne a sbalzi altri, e che a paesi meno potenti, ma in rapido sviluppo, sia stato possibile soppiantarne altri più potenti.

In terzo luogo, la vecchia ripartizione delle sfere di influenza tra i singoli gruppi imperialisti entra ogni volta in conflitto con il nuovo rapporto di forze sul mercato mondiale, e per stabilire un “equilibrio” tra la vecchia ripartizione delle sfere  di influenza e il nuovo rapporto di forze sono necessarie delle nuove ripartizioni periodiche del mondo mediante guerre imperialistiche.

Di qui l’accentuarsi e l’acutizzarsi dell’ineguaglianza dello sviluppo nel periodo dell’imperialismo.

Di qui l’impossibilità di risolvere in modo pacifico i conflitti nel campo dell’imperialismo.

Di qui l’inconsistenza della teoria kautskiana dell’ultraimperialismo, teoria che predica la possibilità di una soluzione pacifica di questi conflitti.

Ne consegue dunque che l’opposizione, la quale nega che l’ineguaglianza dello sviluppo si accentui e si acutizzi nel periodo dell’imperialismo, scivola sulla posizione dell’ultraimperialismo.

Questi sono i tratti caratteristici dello sviluppo ineguale nel periodo dell’imperialismo.

Quando fu ultimata la ripartizione del mondo tra i gruppi imperialisti?

Lenin dice che la ripartizione del mondo fu ultimata all’inizio del XX secolo.

Quando fu posta effettivamente per la prima volta la questione della nuova ripartizione del mondo già spartito?

Nel periodo della prima guerra imperialista mondiale.

Ne consegue quindi che la legge dell’ineguaglianza dello sviluppo nel periodo dell’imperialismo poteva essere scoperta e motivata soltanto all’inizio del XX secolo.

Appunto di questo ho parlato nel mio rapporto alla XV Conferenza del PC(b) dell’URSS, quando ho detto che la legge dello sviluppo ineguale nel periodo dell’imperialismo fu scoperta e motivata dal compagno Lenin.

La guerra imperialista mondiale fu il primo tentativo di ripartire nuovamente il mondo già spartito. Questo tentativo costò al capitalismo la vittoria della rivoluzione in Russia e lo scalzamento delle basi dell’imperialismo nei paesi coloniali e dipendenti.

È superfluo dire che al primo tentativo di una nuova ripartizione dovrà seguirne un secondo, i preparativi per il quale già si stanno svolgendo nel campo degli imperialisti.

Non si può dubitare che un secondo tentativo di una nuova ripartizione verrà a costare al capitalismo mondiale molto più caro del primo.

Tali sono le prospettive dello sviluppo del capitalismo mondiale dal punto di vista della legge dello sviluppo ineguale nelle condizioni dell’imperialismo.

Voi vedete che queste prospettive conducono in modo diretto, immediato, alla possibilità, nel periodo dell’imperialismo, della vittoria del socialismo in singoli paesi capitalisti.

È noto che Lenin deduceva la possibilità della vittoria del socialismo in singoli paesi direttamente e immediatamente dalla legge dello sviluppo ineguale dei paesi capitalisti. E Lenin aveva assolutamente ragione. Infatti la legge dello sviluppo ineguale nel periodo dell’imperialismo toglie ogni fondamento alle esercitazioni “teoriche” di tutti i socialdemocratici sull’impossibilità della vittoria del socialismo in singoli paesi capitalisti.

Ecco che cosa dice Lenin a questo proposito in un suo articolo programmatico scritto nel 1915:

 

“L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta [C.vo di G. St.] che è possibile la vittoria del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalista, preso separatamente”. [Lenin Opere vol. 21 Ed. Riuniti (1966) pag. 314]

 

Conclusioni:

a) L’errore fondamentale dell’opposizione è che essa non vede la differenza tra le due fasi del capitalismo, oppure evita di rilevarla. E perché lo evita? Perché da questa differenza scaturisce la legge dello sviluppo ineguale nel periodo dell’imperialismo.

b) Il secondo errore dell’opposizione è che essa non capisce, oppure sottovaluta, l’importanza decisiva della legge dello sviluppo ineguale dei paesi capitalisti nel periodo dell’imperialismo. E perché la sottovaluta? Perché da una giusta valutazione della legge dello sviluppo ineguale dei paesi capitalisti scaturisce la conclusione che è possibile la vittoria del socialismo in singoli paesi.

c) Di qui il terzo errore dell’opposizione, consistente nel negare la possibilità della vittoria del socialismo in singoli paesi capitalisti nel periodo dell’imperialismo.

Colui che nega la possibilità della vittoria del socialismo in singoli paesi, è costretto a passare sotto silenzio l’importanza della legge dello sviluppo ineguale nel periodo dell’imperialismo, e colui che è costretto a passare sotto silenzio l’importanza di questa legge non può fare a meno di attenuare la differenza esistente tra il capitalismo preimperialista e il capitalismo imperialista.

Così si presenta la questione dei presupposti delle rivoluzioni proletarie nei paesi capitalisti.

Qual è l’importanza pratica di questa questione?

Dal punto di vista della prassi, davanti a noi stanno due linee.

Una è la linea del nostro partito, che chiama i proletari dei singoli paesi a prepararsi per la prossima rivoluzione, a seguire con occhio vigile il corso degli avvenimenti e ad essere pronti a spezzare da soli, quando si presenta una situazione favorevole, il fronte del capitale, a prendere il potere e scalzare le basi del capitalismo mondiale.

L’altra è la linea della nostra opposizione, che semina dubbi circa l’opportunità di una rottura, con le sole proprie forze, del fronte capitalista e che chiama i proletari dei singoli paesi ad attendere il momento della “soluzione generale”.

Mentre, secondo la linea seguita dal nostro partito, si deve rafforzare la pressione rivoluzionaria sulla propria borghesia e dare libera via all’iniziativa dei proletari dei singoli paesi, secondo la linea della nostra opposizione si dovrebbe attendere passivamente e frenare l’iniziativa dei proletari dei singoli paesi nella loro lotta contro la propria borghesia.

La prima linea è la linea dell’attivizzazione dei proletari dei singoli paesi.

La seconda linea è la linea dell’indebolimento della volontà rivoluzionaria, la linea della passività e dell’attesa.

Lenin aveva mille volte ragione quando scriveva le seguenti profetiche parole, che hanno un legame diretto con le nostre discussioni attuali:

 

“Lo so, ci sono certo dei sapientoni - che si ritengono molto intelligenti e si chiamano perfino socialisti - i quali affermano che non bisognava prendere il potere finché non fosse scoppiata la rivoluzione in tutti i paesi. Essi non sospettano che, parlando in questo modo, abbandonano la rivoluzione e passano dalla parte della borghesia. Aspettare che le classi lavoratrici compiano la rivoluzione su scala internazionale significa che tutti devono attendere nell’immobilità. Questo è un assurdo”. [Lenin Opere vol. 27 Ed. Riuniti (1967) pag. 340]

 

Queste parole di Lenin non si devono dimenticare.

 

2. Come Zinoviev “rielabora” Lenin

Ho parlato dei presupposti delle rivoluzioni proletarie in singoli paesi capitalisti. Vorrei, ora, dire alcune parole sul modo in cui Zinoviev travisa o “rielabora” l’articolo fondamentale di Lenin sui presupposti delle rivoluzioni proletarie e sulla vittoria del socialismo in singoli paesi capitalisti. Alludo al noto articolo di Lenin Sulla parola d’ordine degli stati uniti d’Europa, scritto nel 1915 e più volte citato nel corso delle nostre discussioni. Zinoviev mi ha rimproverato di non aver citato questo articolo per intero; egli cerca, inoltre, di dare a questo articolo un’interpretazione che non può essere qualificata altrimenti che un completo travisamento delle opinioni di Lenin, della sua linea fondamentale nella questione della vittoria del socialismo in singoli paesi. Permettetemi di citare il passo per intero; quanto alle righe da me omesse la volta scorsa per mancanza di tempo, le metterò in rilievo sottolineandole. Ecco la citazione:

  

“L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile la vittoria del socialismo all’inizio in alcuni paesi capitalisti o anche in un solo paese capitalista, preso separatamente. Il proletariato vittorioso di questo paese, espropriati i capitalisti e organizzata nel proprio paese la produzione socialista, si solleverebbe contro il resto del mondo capitalista, attirando a sé le classi oppresse degli altri paesi, spingendole a insorgere contro i capitalisti, intervenendo, in caso di necessità, anche con la forza armata contro le classi sfruttatrici e i loro stati. La forma politica della società nella quale il proletariato vince abbattendo la borghesia, sarà la repubblica democratica che centralizzerà sempre più la forza del proletariato di una nazione o di più nazioni nella lotta contro gli stati non ancora passati al socialismo. La soppressione delle classi è impossibile senza la dittatura della classe oppressa, del proletariato. La libera unione delle nazioni nel socialismo è impossibile senza una lotta accanita, più o meno lunga, delle repubbliche socialiste contro gli stati arretrati”.

[Lenin Opere vol. 21 Ed. Riuniti (1966) pag. 314]

 

Citando questo passo, Zinoviev fa due osservazioni: la prima sulla repubblica democratica e la seconda sull’organizzazione della produzione socialista.

Vediamo anzitutto la prima osservazione. Zinoviev pensa che poiché Lenin parla di repubblica democratica, può trattarsi, tutt’al più, della presa del potere da parte del proletariato, e qui Zinoviev non ha avuto vergogna di insinuare, in modo piuttosto nebuloso ma insistente, che nel suo scritto Lenin allude molto probabilmente alla repubblica borghese. È vero? Naturalmente, no. Per confutare quest’insinuazione non del tutto onesta di Zinoviev basta leggere le ultime righe della citazione, dove si parla della “lotta delle repubbliche socialiste contro gli stati arretrati”. È chiaro che parlando di repubblica democratica Lenin intendeva non la repubblica borghese, ma la repubblica socialista.

Lenin non conosceva ancora nel 1915 il potere sovietico come forma statale della dittatura del proletariato. Lenin sapeva già nel 1905 che i singoli Soviet erano l’embrione del potere rivoluzionario nel periodo dell’abbattimento dello zarismo.

Ma egli non conosceva ancora a quel tempo il potere sovietico unificato su scala statale come forma statale della dittatura del proletariato. Lenin scoprì la repubblica dei Soviet come forma statale della dittatura del proletariato soltanto nel 1917 e fece un’analisi particolareggiata di questa nuova forma di organizzazione politica di una società di transizione nell’estate del 1917, soprattutto nel suo libro Stato e rivoluzione.(37) Questo spiega, appunto, perché nella citazione Lenin parla non di repubblica sovietica, ma di repubblica democratica, intendendo con questo termine, come è chiaro, la repubblica socialista. Lenin agì, qui, come agirono a loro tempo Marx ed Engels, i quali, prima della Comune di Parigi, consideravano quale forma di organizzazione politica di una società nel periodo di transizione dal capitalismo al socialismo la repubblica in generale, mentre dopo la Comune di Parigi decifrarono questo termine, dicendo che la repubblica deve essere una repubblica del tipo della Comune di Parigi. A parte poi il fatto che se Lenin nella sua citazione avesse alluso alla repubblica democratica borghese, non si sarebbe neanche potuto parlare di “dittatura del proletariato”, di “espropriazione dei capitalisti”, ecc.

 

37. Vedi Lenin, Stato e rivoluzione, Roma, Edizioni Rinascita, 1954.

 

Vedete che non si può dire che il tentativo di Zinoviev di “rielaborare” Lenin abbia avuto molto successo.

Passiamo alla seconda osservazione di Zinoviev. Zinoviev assicura che la frase del compagno Lenin sull’“organizzazione della produzione socialista” deve essere intesa non come la deve intendere in genere la gente normale, ma in modo diverso, e cioè che Lenin intendeva qui soltanto l’avvio all’organizzazione della produzione socialista. Perché, su quale base, Zinoviev non lo spiega. Permettetemi di dichiarare, che Zinoviev fa qui ancora un tentativo di “rielaborare” Lenin. Nella citazione è detto testualmente che “il proletariato vittorioso di questo paese, espropriati i capitalisti e organizzata nel proprio paese la produzione socialista, si solleverebbe contro il resto del mondo capitalista”. Qui è detto “organizzata” e non “organizzando”. Occorre forse ancora provare che qui vi è una differenza?  Occorre forse ancora provare che se Lenin intendeva soltanto l’avvio all’organizzazione della produzione socialista, avrebbe detto “organizzando” e non “organizzata”? Quindi Lenin intendeva non soltanto l’avvio all’organizzazione della produzione socialista, ma anche la possibilità di organizzare la produzione socialista, la possibilità di condurne a termine l’edificazione in singoli paesi.

Vedete che si deve ritenere più che mal riuscito anche questo secondo tentativo di Zinoviev di “rielaborare” Lenin.

Zinoviev cerca di coprire questi suoi tentativi di “rielaborare” Lenin dicendo ironicamente che “non si può costruire il socialismo con la bacchetta magica in due settimane o in due mesi”. Temo che Zinoviev abbia bisogno di quest’ironia per “fare buon viso a cattivo gioco”. Dove le ha trovate Zinoviev le persone che s’accingono a costruire il socialismo in due settimane, in due mesi o in due anni? Perché non dovrebbe egli fare i nomi di queste persone, se esse esistono veramente? Ed egli non ha fatto nomi perché di queste persone non ne esistono. Zinoviev aveva bisogno di fare dell’ironia di cattiva lega per mascherare il suo “lavoro” di “rielaborazione” di Lenin e del leninismo.

Dunque:

a) partendo dalla legge dell’ineguaglianza di sviluppo nel periodo dell’imperialismo, Lenin giunge nel suo articolo fondamentale Sulla parola d’ordine degli stati uniti d’Europa alla conclusione che la vittoria del socialismo in singoli paesi capitalisti è possibile;

b) per la vittoria del socialismo in singoli paesi Lenin intende la conquista del potere da parte del proletariato, l’espropriazione dei capitalisti e l’organizzazione della produzione socialista; e tutti questi compiti non sono fine a se stessi, ma un mezzo per sollevarsi contro il resto del mondo capitalista e aiutare i proletari di tutti i paesi nella loro lotta contro il capitalismo;

c) Zinoviev ha tentato di alterare a suo modo queste tesi del leninismo e di “rielaborare” Lenin in conformità con l’attuale posizione semimenscevica del blocco d’opposizione. Ma questo tentativo risulta essere un tentativo con mezzi inadeguati.

Ritengo superflui ulteriori commenti in proposito.

 

III

Il problema della costruzione del socialismo nell’URSS

Permettetemi ora, compagni, di passare alla questione della costruzione del socialismo nell’URSS, nel nostro paese.

 

1. Le “manovre” dell’opposizione e il “nazionalriformismo” del partito di Lenin

Trotzki ha dichiarato nel suo discorso che il più grande errore di Stalin è la teoria della possibilità della costruzione del socialismo in un solo paese, nel nostro paese. In tal modo, risulterebbe che si tratta non della teoria di Lenin sulla possibilità della costruzione integrale del socialismo nel nostro paese, ma di una qualche “teoria” di Stalin ignota a tutti. Io vedo le cose in questo modo: Trotzki si è proposto di condurre la lotta contro la teoria di Lenin, ma siccome condurre apertamente la lotta contro Lenin sarebbe rischioso, ha deciso di condurre questa lotta sotto la parvenza di lotta contro la “teoria” di Stalin. Trotzki vuole in questo modo rendersi più facile la lotta contro il leninismo, mascherandola con la critica alla “teoria” di Stalin. Che le cose stiano proprio così, che Stalin non c’entri per niente, che non si possa neppure parlare di una qualche “teoria” di Stalin, che Stalin non abbia mai preteso di dire cose nuove, ma abbia solo cercato di favorire il trionfo completo del leninismo nel nostro partito, contro le velleità revisioniste di Trotzki, è quel che cercherò di dimostrare più avanti. Per ora rileviamo che la dichiarazione di Trotzki sulla “teoria” di Stalin è una manovra, uno stratagemma, uno stratagemma vile e infelice, che ha lo scopo di coprire la sua lotta contro la teoria leninista della vittoria del socialismo in singoli paesi, lotta che ha avuto inizio nel 1915 e che continua tuttora. Se questo procedimento di Trotzki costituisce o no un indizio di polemica onesta, lo giudichino i compagni.

Il punto di partenza delle decisioni del nostro partito sulla questione della possibilità della costruzione del socialismo nel nostro paese sono i noti scritti programmatici del compagno Lenin. In queste opere di Lenin è detto che è possibile la vittoria del socialismo in singoli paesi nelle condizioni dell’imperialismo, che la vittoria della dittatura del proletariato - quando si tratti di risolvere il problema economico di questa dittatura - è assicurata, che noi, proletari dell’URSS, possediamo tutto quello che è necessario e sufficiente per condurre a termine la costruzione integrale della società socialista.

Ho citato or ora un passo del noto articolo in cui Lenin pone per la prima volta la questione della possibilità della vittoria del socialismo in singoli paesi, e perciò non lo ripeterò qui. Questo articolo fu scritto nel 1915. Vi si dice che la vittoria del socialismo in singoli paesi, la presa del potere da parte del proletariato, l’espropriazione dei capitalisti e l’organizzazione della produzione socialista sono possibili. È noto che Trotzki, già allora, in quello stesso 1915, polemizzò nella stampa contro questo articolo di Lenin, chiamando la teoria leninista del socialismo in un solo paese teoria della “grettezza nazionale”.

Ci si chiede, che cosa c’entra qui la “teoria” di Stalin?

Ho citato, inoltre, nel mio rapporto un brano della nota opera di Lenin Economia e politica nell’epoca della dittatura del proletariato, dove è detto testualmente e chiaramente che nell’URSS, dal punto di vista del problema economico della dittatura del proletariato, la vittoria del proletariato deve considerarsi assicurata. Quest’opera fu scritta nel 1919. Ecco la citazione:

 

“Quindi, nonostante le menzogne e le calunnie dei borghesi di tutti i paesi e dei loro complici aperti e mascherati (i “socialisti” della II Internazionale), una cosa rimane certa: dal punto di vista del problema economico fondamentale della dittatura del proletariato, la vittoria del comunismo sul capitalismo è assicurata nel nostro paese. E per questa ragione appunto, la borghesia di tutto il mondo infuria e infierisce contro il bolscevismo, organizza invasioni militari, congiure, ecc. contro i bolscevichi, perché comprende benissimo che noi riporteremo inevitabilmente la vittoria nella riedificazione dell’economia sociale se non saremo schiacciati dalla forza militare. Ma essa non riuscirà a schiacciarci in tal modo”. [C.vo di G. St.] [Lenin Opere vol. 30 Ed. Riuniti (1967) pag. 91] (38)

 

  

38. Vedi Economia e politica nell’epoca della dittatura del proletariato, in Lenin, Marx-Engels-Marxismo, ed. cit., p. 414.

 

Voi vedete che Lenin parla qui esplicitamente della possibilità della vittoria del proletariato dell’URSS nella riorganizzazione dell’economia sociale, nella soluzione del problema economico della dittatura del proletariato.

È noto che Trotzki e l’opposizione nel suo insieme non sono d’accordo con le principali tesi enunciate in questa citazione.

Ci si chiede: che cosa c’entra qui la “teoria” di Stalin?

Ho citato, infine, un passo del noto opuscolo di Lenin Sulla cooperazione, scritto nel 1923. In questo passo è detto:

 

“In realtà, il potere dello stato su tutti i grandi mezzi di produzione, il potere dello stato nelle mani del proletariato, l’alleanza di questo proletariato con milioni e milioni di contadini poveri e poverissimi, la garanzia della direzione dei contadini da parte del proletariato, non è forse, questo, tutto ciò che occorre per potere, con la cooperazione, con la sola cooperazione, che noi una volta consideravamo dall’alto in basso come affare da bottegai, e che ora, durante la Nep, abbiamo ancora il diritto, in un certo senso, di considerare allo stesso modo, non è forse questo tutto ciò che è necessario per condurre a termine la costruzione di una società socialista integrale? Questo non è ancora la costruzione della società socialista, ma è tutto ciò che è necessario e sufficiente per condurne a termine la costruzione” [C.vo di G. St.] [Lenin Opere vol. 33 Ed. Riuniti (1967) pag. 429]

 

Voi vedete che questo passo non lascia nessun dubbio circa la possibilità della costruzione integrale del socialismo nel nostro paese.

Voi vedete che in questo passo sono enumerati i principali fattori necessari per condurre a termine l’economia socialista nel nostro paese: il potere proletario, la grande produzione nelle mani del potere proletario, l’alleanza del proletariato e dei contadini, la funzione dirigente del proletariato in questa alleanza, la cooperazione.

Trotzki ha tentato recentemente, alla XV Conferenza del PC(b) dell’URSS, di contrapporre a questa citazione un’altra citazione dalle opere di Lenin, dove è detto che “il comunismo è il potere sovietico più l’elettrificazione di tutto il paese” (vedi vol. 31, p. 484). Ma contrapporre queste citazioni l’una all’altra vuol dire deformare il concetto fondamentale dell’opuscolo di Lenin Sulla cooperazione. Non è forse l’elettrificazione parte integrante della grande produzione, ed è essa, in generale, possibile nel nostro paese senza una grande produzione concentrata nelle mani del potere proletario? Non è forse chiaro che le parole di Lenin nell’opuscolo Sulla cooperazione circa la grande produzione, come uno dei fattori della costruzione del socialismo, comprendono anche l’elettrificazione?

È noto che l’opposizione conduce una lotta più o meno aperta, il più delle volte occulta, contro le tesi principali enunciate in questo passo dell’opuscolo di Lenin Sulla cooperazione.

Ci si chiede: che cosa c’entra qui la “teoria” di Stalin?

Queste sono le tesi fondamentali del leninismo sulla questione della costruzione del socialismo nel nostro paese.

Il partito afferma che queste tesi del leninismo sono diametralmente opposte alle note tesi di Trotzki e del blocco d’opposizione, secondo cui la “costruzione del socialismo nell’ambito di stati nazionali è impossibile”; secondo cui “la teoria del socialismo in un solo paese rappresenta la giustificazione teorica della grettezza nazionale”; secondo cui “senza l’appoggio diretto del proletariato europeo al potere la classe operaia della Russia non potrà mantenersi al potere” (Trotzki).

Il partito afferma che queste tesi del blocco di opposizione sono l’espressione della deviazione socialdemocratica nel nostro partito.

Il partito afferma che la formula di Trotzki circa “il diretto appoggio del proletariato europeo al potere” è una formula di rottura completa col leninismo. Infatti che cosa significa far dipendere la costruzione del socialismo nel nostro paese dal “diretto appoggio del proletariato europeo al potere”? Che fare se il proletariato europeo non riuscisse a prendere il  potere nei prossimi anni? Può forse la nostra rivoluzione continuare a girare a vuoto per un tempo indefinito nell’attesa della vittoria della rivoluzione nell’Occidente? Si può forse ritenere che la borghesia del nostro paese acconsenta ad aspettare la vittoria della rivoluzione in Occidente, rinunciando al suo lavoro e alla lotta contro gli elementi socialisti della nostra economia? Non consegue forse, da questa formula di Trotzki, la prospettiva della graduale resa delle nostre posizioni agli elementi capitalisti della nostra economia e, in seguito, la prospettiva del ritiro del nostro partito dal potere, nel caso che la rivoluzione vittoriosa in Occidente tardi a venire?

Non è forse chiaro che qui noi abbiamo a che fare con due linee completamente diverse, di cui una è la linea del partito e del leninismo, e l’altra è la linea dell’opposizione e del trotzkismo?

Nel mio rapporto ho chiesto a Trotzki, e continuo a chiedergli: non è forse vero che Trotzki nel 1915 tacciava la teoria di Lenin sulla possibilità della vittoria del socialismo in singoli paesi di teoria “della grettezza nazionale”? Ma non ho avuto risposta. Perché? Forse che la linea del silenzio è un indizio di coraggio nella polemica?

Ho chiesto poi a Trotzki, e continuo a chiedergli: non è forse vero che egli recentemente, nel settembre del 1926, ha ripetuto l’accusa di “grettezza nazionale”, riguardo alla teoria della costruzione del socialismo, nel suo noto documento rivolto all’opposizione? Ma anche questa volta non ho avuto risposta. Perché? Non sarà forse per la ragione che la linea del silenzio rappresenta anche una specie di “manovra” di Trotzki?

Che cosa dimostra tutto questo?

Che, sulla questione essenziale della costruzione del socialismo nel nostro paese, Trotzki rimane sulle sue vecchie posizioni di lotta contro il leninismo.

Che Trotzki, non avendo il coraggio di mettersi apertamente contro il leninismo, cerca di coprire questa sua lotta con la critica di una inesistente “teoria” di Stalin.

Passiamo ora ad un altro “manovratore”, a Kamenev. È evidente che egli si è lasciato contagiare da Trotzki e si è messo anche lui a manovrare. Ma le sue manovre sono più grossolane di quelle di Trotzki. Se Trotzki ha tentato di accusare il solo Stalin, Kamenev se ne è uscito con un’accusa lanciata contro tutto il partito, dichiarando che esso, cioè il partito, “sostituisce alla prospettiva rivoluzionaria internazionale una prospettiva nazionalriformista”. Che ne dite? Il nostro partito, a quanto pare, sostituisce alla prospettiva rivoluzionaria internazionale la prospettiva nazionalriformista. Ma siccome il nostro partito è il partito di Lenin, siccome nelle sue decisioni sulla questione della costruzione del socialismo si basa completamente e interamente sulle note tesi di Lenin, ne consegue che la teoria leninista della costruzione del socialismo è una teoria nazionalriformista. Lenin “nazionalriformista” ecco quale sciocchezza ci ammannisce Kamenev.

Abbiamo decisioni del nostro partito sulla questione della costruzione del socialismo nel nostro paese? Sì, ne abbiamo, e sono anche decisioni molto precise. Quando sono state prese dal partito? Sono state prese alla XIV Conferenza, nell’aprile del 1925. Alludo alla nota risoluzione della XIV Conferenza sull’attività del Comitato esecutivo dell’IC e sull’edificazione socialista nel nostro paese. Questa risoluzione è una risoluzione leninista? Sì, lo è, poiché possono rendersene garanti dei competenti come Zinoviev, il quale ha fatto alla XIV Conferenza un rapporto in difesa di questa risoluzione, e come Kamenev, che sedeva alla presidenza e ha votato a favore di questa risoluzione.

perché, allora, Kamenev e Zinoviev non hanno cercato di accusare il partito di essere in contraddizione, in contrasto con la risoluzione della XIV Conferenza sulla questione della costruzione del socialismo nel nostro paese, risoluzione che fu approvata, com’è noto, all’unanimità?

Si potrebbe pensare che nulla potrebbe essere più facile: c’è una risoluzione speciale del partito sulla questione della costruzione del socialismo nel nostro paese; hanno votato a favore di essa Kamenev e Zinoviev; ambedue accusano ora il partito di nazionalriformismo: perché non dovrebbero partire nella loro argomentazione da un documento di partito  così importante come la risoluzione della XIV Conferenza, che tratta della costruzione del socialismo nel nostro paese e che, evidentemente, è leninista dal principio alla fine?

Avete fatto caso che l’opposizione in generale e Kamenev in particolare si sono tenuti alla larga dalla risoluzione della XIV Conferenza come il gatto dalla zuppa che scotta? (Ilarità). Donde viene loro questa paura della risoluzione della XIV Conferenza adottata sul rapporto di Zinoviev e approvata col contributo attivo di Kamenev? Perché Kamenev e Zinoviev hanno paura di menzionare, sia pure di sfuggita, questa risoluzione? Forse che essa, questa risoluzione, non tratta della costruzione del socialismo nel nostro paese? Forse che la questione della costruzione del socialismo non rappresenta la questione controversa fondamentale della nostra discussione?

Di che si tratta allora?

Del fatto che Kamenev e Zinoviev, essendo stati nel 1925 favorevoli alla risoluzione della XIV Conferenza, hanno rinnegato in seguito questa risoluzione, hanno rinnegato, quindi, il leninismo, sono passati dalla parte del trotzkismo e ora hanno paura di sfiorare sia pur di sfuggita questa risoluzione, temendo di essere colti in fallo.

Di che cosa si parla in questa risoluzione? Eccone un passo:

 

“In generale la vittoria del socialismo (non nel senso della vittoria definitiva) è indubbiamente possibile [C.vo di G. St.] in un solo paese”.

 

E ancora:

 

“... L’esistenza di due sistemi diametralmente opposti provoca la costante minaccia di un blocco capitalista, di altre forme di pressione economica, di intervento armato, di restaurazione. L’unica garanzia della vittoria definitiva del socialismo, cioè garanzia contro la restaurazione, è, quindi, la rivoluzione socialista vittoriosa in una serie di paesi. Da questo non consegue affatto che è impossibile la costruzione della società socialista integrale in un paese arretrato come la Russia, senza l’“aiuto statale” (Trotzki) dei paesi più sviluppati dal punto di vista tecnico-economico. Parte integrante della teoria trotskista della rivoluzione permanente è l’affermazione che “un’effettiva ascesa dell’economia socialista nell’URSS diventerà possibile soltanto dopo la vittoria del proletariato nei più importanti paesi d’Europa” (Trotzki, 1922), affermazione che condanna il proletariato dell’URSS nel periodo attuale a una passività fatalistica. Contro simili “teorie” il compagno Lenin ha scritto: “È infinitamente banale il loro argomento, imparato a memoria durante lo sviluppo della socialdemocrazia dell’Europa occidentale, secondo il quale noi non saremmo ancora maturi per il socialismo, che da noi non esisterebbero, secondo l’espressione di diversi dei loro signori ‘scienziati’, le premesse economiche obiettive per il socialismo” (Note su Sukhanov)”. (Risoluzione della XIV Conferenza del PCR(b) Sui compiti dell’Internazionale Comunista e del PCR(b) in relazione all’assemblea plenaria allargata del CE della IC).

 

Voi vedete che la risoluzione della XIV Conferenza è una, precisa esposizione dei concetti fondamentali del leninismo sulla questione della possibilità della costruzione del socialismo nel nostro paese.

Voi vedete che nella risoluzione il trotzkismo è definito come qualcosa che si contrappone al leninismo e parecchie tesi della risoluzione partono dalla confutazione diretta delle basi del trotzkismo.

Voi vedete che la risoluzione nell’insieme riflette le discussioni che ora si sono nuovamente scatenate sulla questione della costruzione della società socialista nel nostro paese.

Voi sapete che il mio rapporto è stato costruito sulle tesi principali di questa risoluzione.

Voi ricordate, probabilmente, che ho menzionato in special modo nel mio rapporto la risoluzione della XIV Conferenza, accusando Kamenev e Zinoviev di averla violata, di essersene allontanati.

Perché, allora, Kamenev e Zinoviev non hanno tentato di sventare questa accusa?

Dov’è qui il segreto?

Il segreto è che Kamenev e Zinoviev hanno rinnegato già da tempo questa risoluzione e, avendola rinnegata, sono passati dalla parte del trotzkismo.

 Poiché, delle due l’una:

o la risoluzione della XIV Conferenza non è leninista, e in questo caso Kamenev e Zinoviev, avendo votato a favore di essa, non sono stati dei leninisti;

oppure la risoluzione è leninista, e allora Kamenev e Zinoviev, avendo respinto questa risoluzione, hanno cessato di essere dei leninisti.

Alcuni oratori (tra cui, mi sembra, Riese) hanno detto qui che non sono stati Zinoviev e Kamenev a passare dalla parte del trotzkismo, ma che, al contrario, è stato Trotzki a passare dalla parte di Zinoviev e di Kamenev. Sono tutte sciocchezze, compagni. Il fatto che Kamenev e Zinoviev abbiano rinnegato la risoluzione della XIV Conferenza è una prova diretta che proprio Kamenev e Zinoviev sono passati dalla parte del trotzkismo.

Dunque:

Chi ha rinnegato la linea leninista nella questione della costruzione del socialismo nell’URSS, formulata nella risoluzione della XIV Conferenza del PCR(b)?

Risulta che sono stati Kamenev e Zinoviev.

Chi “ha sostituito la prospettiva rivoluzionaria internazionale” col trotzkismo?

Risulta che sono stati Kamenev e Zinoviev.

Se adesso Kamenev lancia grida e strida sul “nazionalriformismo” del nostro partito, lo fa perché tenta così di distrarre l’attenzione dei compagni dalla propria caduta e di riversare su altri le proprie colpe.

Ecco perché la “manovra” di Kamenev circa il “nazionalriformismo” del nostro partito è un sotterfugio, un sotterfugio brutto e grossolano, inteso a coprire, con le grida sul “nazionalriformismo” del nostro partito, il fatto di aver rinnegato la risoluzione della XIV Conferenza, di aver rinnegato il leninismo, di essere passato dalla parte del trotzkismo.

 

2. Stiamo costruendo la base economica del socialismo nell’URSS e possiamo portarne a termine la costruzione

Ho detto nel mio rapporto che la base politica del socialismo è già stata creata nel nostro paese: questa è la dittatura del proletariato. Ho detto che la base economica del socialismo è ancora lungi dall’essere stata creata ed è ancora da creare. Ho detto inoltre che la questione, di conseguenza, si pone nel modo seguente: abbiamo noi la possibilità di costruire con le nostre proprie forze la base economica del socialismo nel nostro paese? Ho detto, infine, che se si traducesse questa questione in un linguaggio di classe, essa si presenterebbe così: abbiamo noi la possibilità di vincere con le nostre proprie forze la nostra borghesia sovietica?

Trotzki afferma nel suo discorso che per vittoria sulla borghesia dell’URSS io intendevo la vittoria politica su di essa. Questo è naturalmente sbagliato. Questa è una divagazione frazionista di Trotzki. Dal mio rapporto risulta che, parlando di vittoria sulla borghesia dell’URSS, intendevo una vittoria economica, poiché politicamente la borghesia è già stata vinta.

Cosa significa vincere economicamente la borghesia dell’URSS?

 

“Creare la base economica del socialismo significa unire strettamente in un’unica economia l’agricoltura e l’industria socialista, mettere l’agricoltura sotto la direzione dell’industria socialista, stabilire dei rapporti tra la città e la campagna sulla base dello scambio dei prodotti dell’agricoltura e dell’industria, chiudere ed eliminare tutti quei canali che favoriscono il sorgere delle classi e innanzitutto del capitale, creare, insomma, condizioni di produzione e distribuzione tali da condurre direttamente, immediatamente all’eliminazione delle classi” (vedi rapporto di Stalin alla settima sessione plenaria allargata del Comitato esecutivo dell’Internazionale Comunista).*

 

*Vedi pag. 11 in basso e metà della pagina 12.

 

 Ecco come ho definito nel mio rapporto l’essenza della base economica del socialismo nell’URSS.

Questa definizione è l’esatta formulazione della definizione dell’“essenza economica”, della “base economica” del socialismo data da Lenin nel suo noto abbozzo dell’opuscolo Sull’imposta in natura.(39) È giusta o no questa definizione e possiamo noi contare sulla possibilità di portare a termine la costruzione della base economica del socialismo del nostro paese? Ecco qual è ora il problema fondamentale delle nostre divergenze.

Trotzki non ha neppure sfiorato questo problema. Egli l’ha semplicemente eluso, ritenendo evidentemente più prudente serbare il silenzio.

 

39. Vedi Piano dell’opuscolo “Sull’imposta in natura”, in Lenin, Opere, ed. russa cit., vol. 32. pp. 299-307.

 

Ma che noi stiamo costruendo e che possiamo

portare a termine la costruzione della base economica del socialismo, lo si vede anche solo da questo:

a) la nostra produzione socializzata è una produzione unificata su larga scala, mentre la produzione non socializzata nel nostro paese è una produzione frammentaria su piccola scala, e si sa che la superiorità della grande produzione, e tanto più della produzione unificata, sulla piccola è un fatto incontestabile;

b) la nostra produzione socializzata già dirige la piccola produzione e comincia a tenerla sotto controllo, sia che si tratti della piccola produzione urbana, sia che si tratti di quella rurale;

c) sul fronte della lotta tra gli elementi socialisti della nostra economia e gli elementi capitalisti, i primi hanno indubbiamente il sopravvento sui secondi, e vanno avanti passo passo, superando gli elementi capitalisti della nostra economia sia nel campo della produzione, sia nel campo della circolazione.

Non parlo poi degli altri fattori che portano alla vittoria degli elementi socialisti della nostra economia sugli elementi capitalisti.

Quali motivi vi sono per supporre che il processo di superamento degli elementi capitalisti della nostra economia non continuerà anche nell’avvenire?

Trotzki ha detto nel suo discorso:

 

“Stalin dice che noi effettuiamo la costruzione del socialismo, e cioè cerchiamo di ottenere la soppressione delle classi e dello stato, cioè stiamo vincendo la nostra borghesia. Sì, compagni, però lo stato ha bisogno di un esercito contro i nemici esterni” (cito dallo stenogramma. G. St.).

 

Che cosa significa questo? Qual è il senso di questa citazione? Da questa citazione si può trarre una sola conclusione: siccome costruzione integrale della base economica del socialismo significa soppressioni delle classi e dello stato, e siccome avremo ugualmente bisogno di un esercito per difendere la patria socialista, mentre un esercito senza uno stato è impossibile (così pensa Trotzki), risulta che noi non possiamo condurre a termine la costruzione della base economica del socialismo fino a quando non verrà meno la necessità della difesa armata della patria socialista.

Questo, compagni, vuol dire confondere tutti i concetti. O qui per stato si intende semplicemente l’apparato di difesa armata della società socialista, il che è assurdo, poiché lo stato è, anzitutto, lo strumento di una classe contro le altre classi, ed è ovvio che se non ci sono classi, non può esserci neppure lo stato. Oppure qui l’esistenza dell’esercito di difesa della società socialista non è concepita senza l’esistenza dello stato, il che di nuovo è assurdo, poiché teoricamente si può benissimo ammettere una forma della società nella quale non vi sono classi, non vi è lo stato, ma vi è il popolo armato che difende la sua società senza classi dai nemici esterni. La sociologia offre non pochi esempi, nella storia dell’umanità, di società senza classi, senza stato, che però si difendevano in un modo o nell’altro dai nemici esterni. Lo stesso occorre dire della futura società senza classi, la quale, pur non avendo classi e stato, può, tuttavia, avere una milizia socialista, necessaria per la difesa dai nemici esterni. Ritengo poco probabile che le cose possano  arrivare da noi a una situazione simile, poiché non vi è dubbio che i successi dell’edificazione socialista nel nostro paese, e tanto più la vittoria del socialismo e la soppressione delle classi, sono fatti di tale importanza storica mondiale che non possono non suscitare un potente slancio dei proletari dei paesi capitalisti verso il socialismo, che non possono non suscitare esplosioni rivoluzionarie negli altri paesi. Ma teoricamente si può benissimo immaginare una condizione della società in cui sia concepibile l’esistenza di una milizia socialista senza che vi siano classi e stato.

D’altronde questa questione è illustrata, in una certa misura, nel programma del nostro partito. Ecco quel che vi si dice:

 

“L’Esercito rosso, come strumento della dittatura proletaria, deve necessariamente avere un carattere apertamente di classe, e cioè essere formato esclusivamente con elementi provenienti dal proletariato e dagli strati contadini semiproletari ad esso vicini. Soltanto in seguito alla soppressione delle classi un simile esercito di classe si trasformerà in una milizia socialista di tutto il popolo”. [C.vo di G. St.] (vedi il programma del PC(b) dell’URSS).(40)

 

 

40. Vedi Il PC(b) dell’URSS nelle risoluzioni e decisioni ecc., ed. cit., parte I, 1941, pp. 281-295.

 

Trotzki ha, a quanto pare, dimenticato questo punto del nostro programma.

Egli ha detto nel suo discorso che la nostra economia dipende dall’economia capitalistica mondiale ed ha affermato che “dal comunismo di guerra isolato ci avviciniamo sempre più alla saldatura con l’economia mondiale”.

Risulterebbe, dunque, che la nostra economia, con la sua lotta tra gli elementi capitalisti e quelli socialisti, si salderebbe con l’economia mondiale capitalista; dico capitalista poiché attualmente non esiste altra economia nel mondo.

Questo è sbagliato, compagni. Questo è un assurdo. Questa è una divagazione frazionista di Trotzki.

Nessuno contesta che la nostra economia nazionale dipenda dall’economia mondiale capitalista. Nessuno l’ha contestato e lo contesta, così come nessuno contesta che ogni paese e ogni economia nazionale, non esclusa quella americana, dipenda dall’economia capitalista internazionale. Ma questa dipendenza è reciproca. Non solo la nostra economia dipende dai paesi capitalisti, ma anche i paesi capitalisti dipendono dalla nostra economia, dal nostro petrolio, dal nostro grano, dal nostro legname, e, infine, dal nostro sconfinato mercato. Noi otteniamo dei crediti, mettiamo, dalla Standard Oil. Ne otteniamo dai capitalisti tedeschi. Ma li otteniamo non per i nostri begli occhi, ma perché i paesi capitalisti hanno bisogno del nostro petrolio, del nostro grano, del nostro mercato per smerciare attrezzature industriali. Non si può dimenticare che il nostro paese abbraccia la sesta parte del mondo, rappresenta un enorme mercato di sbocco, e che i paesi capitalisti non possono fare a meno di questi o quei legami col nostro mercato. Tutto ciò significa che i paesi capitalisti dipendono dalla nostra economia. La dipendenza qui è reciproca.

Significa forse questo che la dipendenza della nostra economia dai paesi capitalisti escluda la possibilità di condurre a termine la costruzione dell’economia socialista nel nostro paese? Naturalmente no. Rappresentare l’economia socialista come assolutamente chiusa e assolutamente indipendente dall’economia delle nazioni che la circondano è una sciocchezza. Si può forse affermare che nell’economia socialista non si avrà assolutamente né esportazione né importazione, che non si importeranno prodotti non esistenti nel paese e non si esporteranno quindi i nostri prodotti? No, non si può affermarlo. E che cosa sono l’esportazione e l’importazione? Sono l’espressione della dipendenza dei paesi gli uni dagli altri. Sono l’espressione dell’interdipendenza economica.

La stessa cosa si deve dire dei paesi capitalisti dei nostri tempi. Voi non potete immaginare un paese che non abbia né esportazione né importazione. Prendiamo l’America, il paese più ricco di tutti i paesi del mondo. Si può forse dire che gli attuali stati capitalisti, l’Inghilterra o l’America per esempio, siano dei paesi assolutamente indipendenti? No, non si può dirlo. Perché? Perché essi dipendono dalle esportazioni e dalle importazioni, dipendono dalle materie prime provenienti da altri paesi (l’America dipende, per esempio, dal caucciù e da altre materie prime), dipendono dai mercati di sbocco, dove smerciano attrezzature industriali e altri prodotti.

 Significa forse questo che, se non vi sono paesi assolutamente indipendenti, ciò escluda l’indipendenza di singole economie nazionali? No, non vuol dire questo. Il nostro paese dipende dagli altri paesi nello stesso modo in cui gli altri paesi dipendono dalla nostra economia nazionale, ma questo non significa ancora che il nostro paese abbia così perduto o che perderà la sua indipendenza, che non possa salvaguardare la sua indipendenza, che debba trasformarsi in una vite dell’economia capitalista internazionale. Bisogna distinguere tra la dipendenza dei paesi gli uni dagli altri e l’indipendenza economica di questi paesi. Negare l’indipendenza assoluta di singole unità economiche nazionali non può significare e non significa ancora negare l’indipendenza economica di queste unità.

Ma Trotzki parla non soltanto della dipendenza della nostra economia nazionale. Egli trasforma questa dipendenza in saldatura della nostra economia con l’economia mondiale capitalista. Ma che cosa significa saldatura della nostra economia nazionale con l’economia mondiale capitalista? Significa la sua trasformazione in un’appendice del capitalismo mondiale. Ma è forse il nostro paese un’appendice del capitalismo mondiale? Naturalmente no! È una sciocchezza, compagni. Non è una cosa seria.

Se ciò fosse vero, noi non avremmo nessuna possibilità di salvaguardare la nostra industria socialista, il nostro monopolio del commercio estero, i nostri trasporti nazionalizzati, il nostro credito nazionalizzato, la nostra direzione pianificata dell’economia.

Se ciò fosse vero, noi saremmo già sulla via che porta alla degenerazione della nostra industria socialista in comune industria capitalista.

Se ciò fosse vero, noi non avremmo riportato successi sul fronte della lotta tra gli elementi socialisti della nostra economia e gli elementi capitalisti.

Trotzki ha detto nel suo discorso che “in realtà noi ci troveremo sempre sotto il controllo dell’economia mondiale”.

In tal modo, risulterebbe che la nostra economia si svilupperà sotto il controllo dell’economia capitalista mondiale, poiché attualmente non esiste nel mondo altra economia mondiale all’infuori di quella capitalista.

È vero questo? No, non è vero. Questo è un sogno dei pescecani capitalisti che non si avvererà mai.

Che cosa significa controllo dell’economia capitalista mondiale? Il controllo non è sulla bocca dei capitalisti una vuota parola. Il controllo sulla bocca dei capitalisti è qualcosa di reale.

Controllo capitalista significa anzitutto controllo finanziario. Ma forse che le nostre banche non sono nazionalizzate e forse che esse lavorano sotto la direzione delle banche capitaliste europee? Controllo finanziario significa impiantare nel nostro paese succursali delle grandi banche capitaliste, significa costituire le cosiddette “filiali”. Ma forse che da noi ci sono banche simili? Naturalmente no, non ce ne sono! E non soltanto non ce ne sono, ma non ce ne saranno mai, finché vivrà il potere dei Soviet.

Controllo capitalista significa controllo sulla nostra industria, snazionalizzazione della nostra industria socialista, snazionalizzazione dei nostri trasporti. Ma la nostra industria non è forse nazionalizzata e non si sviluppa forse appunto in quanto è un’industria nazionalizzata? Qualcuno ha forse l’intenzione di snazionalizzare anche solo una delle aziende nazionalizzate? Non so naturalmente quali siano le intenzioni di Trotzki lì, nel Comitato per le concessioni. (Ilarità). Ma che non ci sarà posto per degli snazionalizzatori nel nostro paese, finché ci sarà il potere sovietico, di questo potete essere certi.

Controllo capitalista significa diritto di disporre a piacere del nostro mercato, significa liquidare il monopolio del commercio estero. So che i capitalisti dell’Occidente hanno più di una volta picchiato la testa contro il muro tentando di spezzare la corazza del monopolio del commercio estero. È noto che il monopolio del commercio estero è lo scudo e l’usbergo della nostra giovane industria socialista. Ma forse che i capitalisti sono già riusciti ad ottenere successi nell’opera di liquidazione del monopolio del commercio estero? È forse così difficile capire che, finché esisterà il potere  dei Soviet, il monopolio del commercio estero vivrà e prospererà nonostante tutto?

Controllo capitalista significa, infine, controllo politico, soppressione dell’indipendenza politica del nostro paese, adattamento delle leggi del paese agli interessi e ai gusti dell’economia capitalista mondiale. Ma il nostro paese non è forse un paese politicamente indipendente? Le nostre leggi non sono forse dettate dagli interessi del proletariato e delle masse lavoratrici del nostro paese? Perché non citare un fatto, almeno un solo fatto, comprovante che il nostro paese sta perdendo l’indipendenza politica? Provino a citarlo.

Ecco come i capitalisti intendono il controllo, se, naturalmente, si parla di controllo effettivo e non si fanno delle vuote chiacchiere su un qualche controllo immaginario.

Se si tratta di un effettivo controllo capitalista di questo tipo - e non può trattarsi che di un controllo di questo tipo, poiché soltanto dei letterati da strapazzo possono dedicarsi a vuote chiacchiere su un controllo immaginario - allora debbo dichiarare che un simile controllo da noi non c’è e non ci sarà mai, finché esisterà il nostro proletariato e finché esisterà da noi il potere sovietico. (Applausi).

Trotzki ha detto nel suo discorso:

 

“Si tratta di costruire, nelle condizioni d’accerchiamento dell’economia mondiale capitalista, uno stato socialista isolato. Ciò può essere ottenuto soltanto se le forze produttive di codesto stato isolato saranno superiori alle forze produttive del capitalismo, poiché, come prospettiva, non per un anno o per dieci, ma per mezzo secolo o anche per un secolo, potrà affermarsi soltanto quello stato, quella nuova forma sociale, le cui forze produttive risulteranno più potenti delle forze produttive del vecchio sistema economico” (vedi stenogramma del discorso di Trotzki alla settima sessione plenaria del Comitato esecutivo dell’Internazionale Comunista).

 

In tal modo risulta che occorrono circa cinquanta o anche cento anni perché il sistema socialista d’economia dimostri in pratica la sua superiorità su quello capitalista dal punto di vista dello sviluppo delle forze produttive.

Questo è sbagliato, compagni. Questo è confusione di tutti i concetti e di tutte le prospettive.

Affinché il sistema economico feudale dimostrasse la sua superiorità su quello schiavistico ci sono voluti circa duecento anni, o poco meno. E non avrebbe potuto essere diversamente, perché il ritmo di sviluppo era allora terribilmente lento, e la tecnica della produzione più che primitiva.

Affinché il sistema economico borghese dimostrasse la sua superiorità su quello feudale ci sono voluti circa cento anni o poco meno. Già in seno alla società feudale il sistema economico borghese aveva dimostrato di essere superiore, molto superiore a quello feudale. La differenza delle scadenze si spiega qui col più rapido ritmo di sviluppo e con la tecnica più sviluppata del sistema economico borghese.

Da quell’epoca la tecnica ha riportato successi senza precedenti e il ritmo di sviluppo è diventato addirittura travolgente. Ci si chiede: per quale motivo Trotzki suppone che al sistema economico socialista occorreranno circa cento anni per dimostrare la propria superiorità sul sistema capitalista?

Il fatto che alla testa della nostra produzione vi sono non dei parassiti, ma i produttori stessi, questo fatto non è forse il più potente fattore grazie al quale il sistema economico socialista ha tutte le probabilità di fare avanzare l’economia a passi da gigante e dimostrare la propria superiorità sul sistema economico capitalista entro un termine più breve?

Il fatto che l’economia socialista è l’economia più unificata, più concentrata, che l’economia socialista viene condotta in modo pianificato, questo fatto non dimostra forse che l’economia socialista avrà ogni possibilità di dimostrare entro un termine relativamente breve la propria superiorità sul sistema economico capitalista, dilaniato da contraddizioni interne e corroso dalle crisi?

Non è forse chiaro, dopo tutto questo, che tirare in ballo qui una prospettiva di cinquanta e di cento anni significa essere afflitto, come un pavido borghesuccio, da fede superstiziosa nell’onnipotenza del sistema economico capitalista? (Voci:  “Giusto!”).

Quali sono dunque le conclusioni? Le conclusioni sono due.

In primo luogo. Nelle sue obiezioni sulla questione della costruzione del socialismo nel nostro paese Trotzki ha ripiegato dalla vecchia base polemica su una nuova. Prima, nelle sue obiezioni, l’opposizione muoveva dalle contraddizioni interne, dalle contraddizioni tra il proletariato e i contadini, ritenendole insuperabili. Ora Trotzki sottolinea le contraddizioni esterne, le contraddizioni tra la nostra economia nazionale e l’economia mondiale capitalista, ritenendole insuperabili. Se prima Trotzki riteneva che lo scoglio, nell’edificazione socialista nel nostro paese, fosse costituito dalle contraddizioni tra il proletariato e i contadini, ora cambia fronte, ripiega su un’altra base di critica alla posizione del partito e afferma che nell’edificazione socialista lo scoglio è costituito dalle contraddizioni tra il nostro sistema di economia e l’economia mondiale capitalista. Così egli ha riconosciuto di fatto l’inconsistenza dei vecchi argomenti dell’opposizione.

In secondo luogo. La ritirata di Trotzki è una ritirata in un pantano. In sostanza Trotzki ha fatto marcia indietro avvicinandosi a Sukhanov, direttamente e apertamente. A che cosa si riducono, in sostanza, i “nuovi” argomenti di Trotzki? Si riducono all’affermazione che, a causa della nostra arretratezza economica, noi non siamo ancora abbastanza maturi per il socialismo, che da noi non ci sono le premesse obiettive per condurre a termine la costruzione dell’economia socialista, che quindi la nostra economia si trasforma, e deve trasformarsi, in un’appendice dell’economia mondiale capitalista, in un’unità economica del capitalismo mondiale soggetta a controllo.

Ma questo è “sukhanovismo”, “sukhanovismo” genuino e dichiarato.

L’opposizione è scivolata fin sulla posizione del menscevico Sukhanov, sulla sua posizione di aperta negazione della possibilità dell’edificazione socialista vittoriosa nel nostro paese.

 

3. Stiamo costruendo il socialismo in alleanza col proletariato mondiale

Che noi costruiamo il socialismo in alleanza coi contadini, questo, a quanto sembra, la nostra opposizione non si azzarda a negarlo apertamente. Che però noi costruiamo il socialismo in alleanza col proletariato mondiale, è cosa che l’opposizione tende a porre in dubbio. Alcuni oppositori affermano persino che il nostro partito sottovaluta l’importanza di questa alleanza. E uno di essi, Kamenev, è giunto persino ad accusare il partito di nazionalriformismo, di sostituzione della prospettiva nazionalriformista alla prospettiva rivoluzionaria internazionale.

Questa, compagni, è una sciocchezza. Una sciocchezza madornale! Soltanto dei pazzi possono negare l’immensa importanza dell’alleanza dei proletari del nostro paese coi proletari di tutti gli altri paesi nell’opera di costruzione del socialismo. Soltanto dei pazzi possono accusare il nostro partito di sottovalutare l’alleanza dei proletari di tutti i paesi. Soltanto in alleanza col proletariato mondiale si può costruire il socialismo nel nostro paese.

Tutto sta nel capire quest’alleanza.

Quando nell’ottobre del 1917 i proletari dell’URSS presero il potere, questo fu un aiuto per i proletari di tutti i paesi, fu un’alleanza con essi.

Quando nel 1918 i proletari della Germania alzarono la bandiera della rivoluzione, questo fu un aiuto per i proletari di tutti i paesi, ma in particolare per i proletari dell’URSS, fu un’alleanza col proletariato dell’URSS.

Quando i proletari dell’Europa occidentale sabotarono l’intervento contro l’URSS, si rifiutarono di trasportare le armi destinate ai generali controrivoluzionari, organizzarono comitati d’azione e disorganizzarono le retrovie dei loro capitalisti, questo fu un aiuto per i proletari dell’URSS, fu un’alleanza dei proletari dell’Europa occidentale coi proletari dell’URSS. Senza la simpatia e l’appoggio dei proletari dei paesi capitalisti noi non avremmo potuto vincere la guerra civile.

 Quando i proletari dei paesi capitalisti inviano numerose delegazioni nel nostro paese, controllano la nostra opera di edificazione e poi diffondono in tutta l’Europa operaia le notizie dei successi ottenuti nella nostra opera di edificazione, questo è un aiuto per i proletari dell’URSS, questo è un immenso appoggio per i proletari dell’URSS, questo è un’alleanza coi proletari dell’URSS e un freno al possibile intervento imperialista contro il nostro paese. Senza questo appoggio e senza questo freno ora noi non avremmo una “tregua”, e senza una “tregua” non potremmo dare un ampio sviluppo al lavoro per la costruzione del socialismo nel nostro paese.

Quando i proletari dell’URSS consolidano la loro dittatura, liquidano il dissesto economico, svolgono su vasta scala il lavoro di edificazione e riportano successi nell’opera di edificazione del socialismo, tutto questo costituisce un appoggio di straordinaria portata per i proletari di tutti i paesi, per la loro lotta contro il capitalismo, per la loro lotta per il potere, poiché l’esistenza della repubblica sovietica, la sua solidità, i suoi successi sul fronte dell’edificazione socialista sono un potente fattore della rivoluzione mondiale, che infonde coraggio ai proletari di tutti i paesi nella loro lotta contro il capitalismo. È indubbio che la soppressione della Repubblica dei Soviet avrebbe come conseguenza la più nera e la più feroce reazione in tutti i paesi capitalisti.

La forza della nostra rivoluzione e la forza del movimento rivoluzionario dei paesi capitalisti risiedono in questo appoggio reciproco e in questa alleanza dei proletari di tutti i paesi.

Queste sono le varie forme di alleanza dei proletari dell’URSS col proletariato mondiale.

L’errore dell’opposizione consiste nel non capire o nel non ammettere queste forme di alleanza. Il guaio dell’opposizione è che essa ammette una sola forma di alleanza, la forma del “diretto appoggio” al proletariato dell’URSS da parte dei proletari dell’Europa occidentale “al potere”, cioè la forma che finora, disgraziatamente, non ha potuto essere applicata; l’opposizione pone, inoltre, le sorti dell’edificazione socialista nell’URSS in rapporto diretto con questo appoggio nell’avvenire.

L’opposizione pensa che solo riconoscendo questa forma di appoggio, si possa conservare al partito “la prospettiva internazionale rivoluzionaria”. Ma, come ho già detto prima, nel caso in cui la rivoluzione mondiale tardi a venire, questo atteggiamento può portare soltanto a continue concessioni da parte nostra agli elementi capitalisti della nostra economia e, in fin dei conti, al capitolazionismo, al disfattismo.

Risulta, in tal modo, che “il diretto appoggio” del proletariato d’Europa “al potere”, proposto dall’opposizione come unica forma di alleanza con il proletariato mondiale, è, nel caso in cui la rivoluzione mondiale tardi a venire, un mezzo per mascherare il capitolazionismo.

“La prospettiva rivoluzionaria internazionale” di Kamenev come mezzo per mascherare il capitolazionismo: ecco, vedete, fin dove arriva Kamenev.

Perciò ci si può soltanto meravigliare dell’audacia di Kamenev, che qui, nel suo intervento, ha accusato il nostro partito di nazionalriformismo.

Donde, per esprimerci in termini moderati, quest’audacia di Kamenev, che non si è mai distinto né per spirito rivoluzionario, né per internazionalismo?

Donde quest’audacia di Kamenev, che è sempre stato considerato da noi un bolscevico tra i menscevichi e un menscevico tra i bolscevichi? (Ilarità).

Donde quest’audacia di Kamenev, che Lenin chiamò a suo tempo, con piena ragione, il “crumiro” della Rivoluzione d’Ottobre?

Kamenev vorrebbe sapere se il proletariato dell’URSS è internazionalista. Debbo dichiarare che il proletariato dell’URSS non ha bisogno di un attestato del “crumiro” della Rivoluzione d’Ottobre.

Volete sapere quanto è forte l’internazionalismo del proletariato dell’URSS? Chiedetelo agli operai inglesi, chiedetelo  agli operai tedeschi (fragorosi applausi), chiedetelo agli operai cinesi, ed essi vi parleranno dell’internazionalismo del proletariato dell’URSS.

 

4. La questione della degenerazione

In tal modo, si può ritenere come dimostrato che il punto di vista dell’opposizione è quello di negare direttamente la possibilità della costruzione vittoriosa del socialismo nel nostro paese.

Ma negare la possibilità della costruzione vittoriosa del socialismo porta alla prospettiva della degenerazione del partito, e la prospettiva della degenerazione, a sua volta, porta al ritiro dal potere e pone il problema della costituzione di un altro partito.

Trotzki ha fatto finta di non poter prendere sul serio questa questione. Questo è un mascheramento.

Non vi può essere dubbio che se noi non possiamo costruire il socialismo, e la rivoluzione tarda a venire negli altri paesi, mentre da noi il capitale si sviluppa, così come si sviluppa il processo di “saldatura” della nostra economia nazionale con l’economia mondiale capitalista, rimangono, dal punto di vista dell’opposizione, soltanto due vie di uscita:

a) o rimanere al potere e attuare una politica democratica borghese, partecipare ad un governo borghese, attuare, cioè, il “millerandismo”;

b) oppure ritirarsi dal potere, per non degenerare, e, accanto al partito ufficiale, costituire un nuovo partito, il che è, in sostanza, appunto ciò che cercava e continua a cercar di ottenere la nostra opposizione.

La teoria dei due partiti, o teoria di un nuovo partito, è la conseguenza diretta della negazione della possibilità della costruzione vittoriosa del socialismo, la conseguenza diretta della prospettiva della degenerazione.

L’una e l’altra via di uscita conducono al capitolazionismo, al disfattismo.

Come si poneva la questione nel periodo della guerra civile? Si poneva in questi termini: se non riusciamo ad organizzare un esercito e a far fronte ai nostri nemici, la dittatura del proletariato cadrà e noi perderemo il potere. In quel momento la guerra era in primo piano.

Come si pone la questione oggi, quando la guerra civile è finita e i compiti dell’edificazione economica sono venuti in primo piano? Oggi la questione si pone così: se noi non possiamo costruire l’economia socialista, la dittatura del proletariato, facendo concessioni sempre più gravi alla borghesia, dovrà degenerare e trascinarsi a rimorchio della democrazia borghese.

Possono i comunisti acconsentire ad attuare una politica borghese mentre la dittatura del proletariato va degenerando?

No, non possono e non debbono.

Di qui la soluzione: ritirarsi dal potere e creare un nuovo partito, sgombrando la strada alla restaurazione del capitalismo.

Il capitolazionismo come naturale risultato della posizione odierna del blocco d’opposizione: questa è la conclusione.

 

 

IV

L’opposizione e la questione dell’unità del partito

Passo all’ultima questione, alla questione del blocco d’opposizione e dell’unità del nostro partito.

In che modo si è formato il blocco d’opposizione?

Il partito afferma che il blocco d’opposizione si è formato mediante il passaggio della “nuova opposizione”, mediante il passaggio di Kamenev e di Zinoviev dalla parte del trotzkismo.

Zinoviev e Kamenev lo negano, insinuando che non sono stati essi a venire da Trotzki, ma è stato Trotzki a venire da loro.

Guardiamo ai fatti.

Ho parlato della risoluzione della XIV Conferenza sulla questione della costruzione del socialismo nel nostro paese. Ho detto che Kamenev e Zinoviev hanno rinnegato questa risoluzione che Trotzki non accetta e non può accettare, l’hanno rinnegata fino al punto di avvicinarsi a Trotzki e di passare dalla parte del trotzkismo. È esatto questo, sì o no? Sì, è esatto. Hanno tentato Kamenev e Zinoviev di opporre qualche cosa a questa affermazione? No, non l’hanno tentato. Essi hanno eluso la questione col silenzio.

Abbiamo, inoltre, la risoluzione della XIII Conferenza del nostro partito, la quale definisce il trotzkismo come una deviazione piccolo borghese e una revisione del leninismo.(41) Questa risoluzione è stata sanzionata, com’è noto, dal V Congresso dell’Internazionale Comunista. Ho detto nel mio rapporto che Kamenev e Zinoviev hanno rinnegato questa risoluzione, riconoscendo in loro dichiarazioni particolari che il trotzkismo quando, nel 1923, lottava contro il partito aveva ragione. È esatto questo, sì o no? Sì, è esatto. Hanno tentato Zinoviev e Kamenev di opporre qualche cosa a questa affermazione? No, non l’hanno tentato. Hanno risposto col silenzio.

 

41. Si allude alla risoluzione Sul bilancio della discussione e sulla deviazione piccolo-borghese nel partito, adottata alla XIII Conferenza del PCR(b) (16-18 gennaio 1924) in base al rapporto di Stalin Sui compiti immediati dell’edificazione del partito (per la risoluzione vedi Il PC(b) dell’URSS nelle risoluzioni e nelle decisioni ecc., parte I, 1941, pp. 540-545; per il rapporto di Stalin vedi Stalin, Opere, ed. cit., vol. 6, 1952, pp. 17-41).

 

Ancora dei fatti. Kamenev scrisse sul trotzkismo nel 1925 quanto segue:

 

“Il compagno Trotzki è diventato il veicolo attraverso il quale l’elemento piccolo-borghese si manifesta all’interno del nostro partito. Tutto il carattere dei suoi interventi, tutto il suo passato storico dimostrano che è così. Nella sua lotta contro il partito egli è già diventato nel paese il simbolo di tutto quel che è rivolto contro il nostro partito... Noi dobbiamo prendere tutti i provvedimenti per salvaguardare dal contagio di questa dottrina non bolscevica quegli strati del partito sui quali essa fa assegnamento, e cioè i nostri giovani, i quadri futuri che debbono prendere in mano le sorti del partito. Perciò il compito all’ordine del giorno del nostro partito deve essere quello di adoperarsi in ogni modo per spiegare l’erroneità delle posizioni del compagno Trotzki circa la necessità di scegliere tra il trotzkismo e il leninismo, l’impossibilità di conciliare l’uno con l’altro” (vedi Kamenev, Il Partito e il trotzkismo, nella raccolta Per il leninismo, pp. 84-86).

 

Avrà oggi Kamenev il coraggio di ripetere queste parole? Se è pronto a ripeterle, perché si trova oggi in un blocco con Trotzki? Se non si azzarda a ripeterle, non è forse chiaro che Kamenev si è allontanato dalle sue vecchie posizioni ed è passato dalla parte del trotzkismo?

Zinoviev scrisse sul trotzkismo nel 1925:

 

“L’ultima presa di posizione del compagno Trotzki (Lezioni dell’Ottobre) non è altro che un tentativo già abbastanza aperto di revisione o persino di liquidazione diretta dei principi del leninismo. Tra brevissimo tempo ciò diventerà chiaro per tutto il nostro partito e per tutta l’Internazionale” [C.vo di G. St.] (vedi Zinoviev, Bolscevismo o trotzkismo, nella raccolta Per il leninismo, p. 120).

 

Confrontate questa citazione di Zinoviev con la dichiarazione fatta da Kamenev nel suo discorso: “Noi siamo con Trotzki perché egli non fa la revisione delle idee fondamentali di Lenin”, e capirete quanto siano caduti in basso Kamenev e Zinoviev.

 Sempre nel 1925 Zinoviev scriveva di Trotzki:

 

Ora si sta decidendo la questione: che cos’è il PCR nel 1925? Nel 1903 la risposta era data dall’atteggiamento verso il punto primo dello statuto, mentre nel 1925 è data dall’atteggiamento verso Trotzki, verso il trotzkismo. Chi dice che il trotzkismo può diventare una “sfumatura legale” nel partito bolscevico cessa di essere un bolscevico. Chi oggi vuole edificare il partito in alleanza con Trotzki, in collaborazione con quel trotzkismo che prende una posizione aperta contro il bolscevismo, si allontana dai principi del leninismo. Bisogna capire che il trotzkismo è una tappa superata, e che ora si può edificare il partito leninista soltanto contro il trotzkismo” [C.vo di G. St.] (Pravda, 5 febbraio 1925).

 

Avrà Zinoviev il coraggio di ripetere oggi queste parole? Se egli è pronto a ripeterle, allora perché si trova oggi nello stesso blocco di Trotzki? Se non le può ripetere, non è forse chiaro che Zinoviev si è allontanato dal leninismo ed è passato al trotzkismo?

Che cosa dicono tutti questi fatti?

Che il blocco d’opposizione si è formato grazie al passaggio di Kamenev e di Zinoviev dalla parte del trotzkismo.

Qual è la piattaforma del blocco d’opposizione?

La piattaforma del blocco d’opposizione è la piattaforma della deviazione socialdemocratica, la piattaforma della deviazione di destra nel nostro partito, la piattaforma verso cui convergono tutte le correnti opportunistiche per organizzare la lotta contro il partito, contro la sua unità, contro il suo prestigio. Quando Kamenev parla della deviazione di destra nel nostro partito, allude al Comitato Centrale. Ma questo non è che un sotterfugio, un sotterfugio grossolano e ipocrita, che ha lo scopo di coprire con clamorose accuse contro il partito l’opportunismo del blocco d’opposizione. In realtà è il blocco d’opposizione che è l’espressione di una deviazione di destra nel nostro partito. Noi giudichiamo l’opposizione non dalle sue dichiarazioni, ma dal suo operato. E l’operato dell’opposizione dimostra che essa rappresenta il punto d’incontro e il focolaio di tutti gli elementi opportunistici, da Ossovski e dall’“opposizione operaia” fino a Souvarine, Maslow, Korsch e Ruth Fischer. Il ritorno al frazionismo, alla teoria della libertà delle frazioni nel nostro partito, l’unione di tutti gli elementi opportunistici del nostro partito, la lotta contro l’unità del partito, la lotta contro i suoi quadri dirigenti, la lotta per la formazione di un nuovo partito: ecco a che cosa tende attualmente l’opposizione, a giudicare dall’intervento di Kamenev. L’intervento di Kamenev segna, in questo senso, una svolta dalla “dichiarazione” dell’opposizione nell’ottobre 1926 al ritorno alla linea scissionistica dell’opposizione.

Che cosa è il blocco d’opposizione dal punto di vista dell’unità del partito?

Il blocco d’opposizione è l’embrione di un nuovo partito all’interno del nostro partito. Non è forse un fatto che l’opposizione aveva un suo comitato centrale e i suoi comitati locali paralleli? L’opposizione asseriva nella sua “dichiarazione” del 16 ottobre 1926 di aver rinnegato il frazionismo. Ma non dimostra forse l’intervento di Kamenev che essa è ritornata alla lotta frazionista? Quale garanzia vi è che essa non abbia già ricostituito le sue organizzazioni parallele, quella centrale e quelle locali? Non è forse un fatto che l’opposizione ha raccolto delle quote d’iscrizione speciali per la propria cassa? Quale garanzia si ha che essa non si sia nuovamente messa su questa strada scissionistica?

Il blocco d’opposizione è l’embrione di un nuovo partito, che mina l’unità del nostro partito.

Abbiamo il compito di sbaragliare questo blocco e di liquidarlo. (Applausi fragorosi).

Compagni, in un’epoca in cui l’imperialismo domina negli altri paesi, in cui un paese, un paese soltanto, è riuscito a spezzare il fronte del capitale, la dittatura del proletariato non può esistere neppure un solo istante senza un partito unito, armato di una ferrea disciplina. I tentativi di minare l’unità del partito, i tentativi di formare un nuovo partito debbono essere stroncati alla radice, se vogliamo salvaguardare la dittatura del proletariato, se vogliamo costruire il socialismo.

Perciò il compito consiste nel liquidare il blocco d’opposizione e nel consolidare l’unità del nostro partito.

V

Conclusione

Vengo alla conclusione, compagni.

Se si fa il bilancio del dibattito, si può trarre una conclusione generale, che non lascia dubbio alcuno, e cioè la conclusione che il XIV Congresso del nostro partito aveva ragione quando affermava che l’opposizione è afflitta da sfiducia nelle forze dei nostro proletariato, da sfiducia nella possibilità della costruzione vittoriosa del socialismo nel nostro paese.

Questa è l’impressione generale e la conclusione generale alla quale non potevano non giungere i compagni.

Avete così di fronte a voi due forze. Da una parte il nostro partito, che con mano sicura porta avanti il proletariato dell’URSS, che costruisce il socialismo e chiama i proletari di tutti i paesi alla lotta. Dall’altra parte l’opposizione, che si trascina zoppicando dietro al nostro partito come un vecchio decrepito, reumatizzato, con la schiena dolorante e l’emicrania, un’opposizione che semina pessimismo tutt’intorno e avvelena l’atmosfera con le sue chiacchiere, asserendo che nell’URSS con il socialismo non si viene a capo di nulla, che là da loro, dai borghesi, tutto va bene, e qui, da noi, dai proletari, tutto va male.

Queste sono, compagni, le due forze che vi stanno di fronte.

Dovete scegliere fra le due. (Ilarità).

Non dubito che farete la giusta scelta. (Applausi).

L’opposizione, accecata dal frazionismo, considera la nostra rivoluzione come una cosa priva di qualsiasi forza indipendente, come una specie di appendice gratuita della futura rivoluzione in Occidente, rivoluzione che ancora non ha riportato la vittoria.

Non così il compagno Lenin considerava la nostra rivoluzione, la Repubblica dei Soviet. Il compagno Lenin considerava la Repubblica dei Soviet come una fiaccola che illumina la strada ai proletari di tutti i paesi.

Ecco che cosa diceva il compagno Lenin a questo proposito:

 

“L’esempio della Repubblica dei Soviet si ergerà davanti ad essi (cioè ai proletari di tutti i paesi. G. St.) per lungo tempo. La nostra Repubblica socialista dei Soviet si ergerà salda, come fiaccola del socialismo internazionale e come esempio per tutte le masse lavoratrici. Là risse, guerre, spargimento di sangue, olocausti di milioni di uomini, sfruttamento capitalista; qui, una vera politica di pace e la Repubblica socialista dei Soviet”.

[Lenin Opere vol. 26 Ed. Riuniti (1966) pag. 451]

 

Attorno a questa fiaccola si sono formati due fronti: il fronte dei nemici della dittatura proletaria, che cercano di gettar fango su questa fiaccola, di farla vacillare e di spegnerla, e il fronte degli amici della dittatura del proletariato, che cercano di alimentare la fiaccola e di ravvivarne la fiamma.

Tener alta la fiaccola e consolidarne l’esistenza in nome della vittoria della rivoluzione mondiale: questo è il nostro compito.

Compagni! Non dubito che voi farete tutto quanto è in vostro potere perché questa fiaccola non si spenga e illumini la strada a tutti gli oppressi e gli asserviti.

Non dubito che voi farete tutto quanto è in vostro potere perché la fiamma di questa fiaccola arda luminosa, incutendo terrore ai nemici del proletariato.

Non dubito che voi farete tutto quanto è in vostro potere perché fiaccole simili a questa si accendano in tutte le parti del mondo, per la gioia dei proletari di tutti i paesi. (Applausi prolungati. Tutti i delegati in piedi cantano l’“Internazionale”. Triplo “urrà”).